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Angela AGNELLO

Il Presepe: un’antica tradizione che si rinnova per comunicare la fede

Tesi di Relatore
Magistero in Scienze Religiose Prof. Don Franco MOGAVERO

PALERMO 


 A mio marito Mauro 

a mio figlio Gabriele

che con amore e pazienza

mi hanno sostenuta e incoraggiata. 


 

 Chiamiamo Natale del Signore 

il giorno in cui la sapienza di Dio
si manifestò in un bambino e il Verbo di Dio,
che si esprime senza parole, emise vagiti umani.
La Verità che il cielo non è sufficiente a contenere
è sorta dalla terra per essere adagiata in una mangiatoia.
Per te, ripeto, Dio si è fatto uomo.
Saresti morto per sempre se lui non fosse nato nel tempo.
Non saresti ritornato a vivere,
se lui non avesse condiviso la tua morte.


SANT’AGOSTINO D’IPPONA

(Sermone 185, 1)

  


 

INTRODUZIONE

 

La nostra società definita spesso consumistica è sempre più attratta e distratta da ciò che è effimero, passeggero, terreno: vengono attribuiti valori eterni e ideali a persone, cose e a fatti che non riescono a riempire il profondo vuoto che attanaglia e opprime il cuore.
Ci ricorda Agostino d’Ipponia che «ci hai creati per Te, o Signore, e il nostro cuore non ha pace fino a che non riposa in Te» . Il Vangelo allora diventa il punto d’appoggio con cui sollevare il mondo, la forza che ci fa volare su ali d’aquila, il fuoco che purifica l’oro e lo rende più prezioso.
Dalla consapevolezza di avere scoperto la perla preziosa, il tesoro nascosto che inonda il nostro cuore nasce il desiderio che diventa impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo, a realizzare quella nuova evangelizzazione che il Beato Giovanni Paolo II intendeva anche come “nuove forme”, “nuovi metodi” e “nuovo ardore”; è l’annuncio del Kerigma di un Dio che si è incarnato, che è nato e che è morto e risorto per amore nostro per poterci donare se stesso, rivelarci il Padre e mandare lo Spirito Santo.
Oggetto della seguente tesi è l’analisi della storia del presepe, le sue origini, come s’inserisce nella cultura pagana, le evoluzioni che ha subito nei secoli e le caratterizzazioni regionali in Italia; saranno analizzati i luoghi e i personaggi che compongono il presepe e la loro simbologia cristiana.
Sarà infine presentato nella sua originalità, il Presepe Vivente realizzato da cinque anni a Termini Imerese dalla comunità ecclesiale cittadina.
Il presepe vivente rappresenta una delle forme che sono utilizzate dalle comunità per rivivere il mistero dell’incarnazione e della nascita di Gesù e che può diventare un’occasione per la trasmissione della fede.
Come ci ricorda Benedetto XVI «il Presepe ci aiuta a contemplare il mistero dell’amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta di Betlemme. San Francesco d’Assisi fu così preso dal mistero dell’Incarnazione che volle riproporlo a Greccio nel Presepe vivente, divenendo il tal modo iniziatore di una lunga tradizione popolare che ancor oggi conserva il suo valore per l’evangelizzazione» .
Purtroppo molti presepi viventi hanno perso la loro originale intuizione allestendo soltanto la scena della Natività con i personaggi che interpretano la Sacra Famiglia, il bue e l’asinello alla fine di un percorso che altro non è se non la riproposta di mestieri, di usi e costumi dell’Italia di fine ottocento. Si ha la sensazione suggestiva di partecipare ad una rievocazione folkloristica con un museo all’aperto di scienze demo-etno-antropologiche.
Il Presepe Vivente di Termini Imerese nasce utilizzando «nuovi metodi» e «nuove forme» che lo caratterizzano e lo rendono peculiare nel suo genere ricercando come fine ultimo l’evangelizzazione di chi, avvicinandosi come visitatore torna a casa da pellegrino.
Gli strumenti attraverso cui si cerca di raggiungere questo obiettivo saranno illustrati nel capitolo inerente la descrizione del presepe di Termini Imerese.
Attraverso la teatralizzazione delle scene che sono raccontate nei vangeli il presepe vivente di Termini Imerese racconta e comunica ciò che successe prima della nascita di Gesù. Tutto è ambientato nella Palestina di 2000 anni fa.

 

CAPITOLO I
PERCORSO STORICO DEL PRESEPE

 

1.1 CENNI STORICI

Il termine presepio viene dal latino prae (innanzi) e saepes (recinto). Nell’accezione più comune sta ad indicare la scena della natività di Cristo , termine che sarebbe apparso per la prima volta a proposito della basilica mariana sull’Esquilino, chiamata fin dal VI secolo Sancta Maria ad Presepe, oggi Santa Maria Maggiore.
Con il termine presepe oggi si intende la descrizione scenografica dell’evento di Betlemme, specchio della società che l’ha prodotto: derivato da una folta tradizione culturale, tanto che in molti momenti della storia del presepe esso diviene moda ed allestimento, accantona gli aspetti religiosi per esaltare la fastosità dello spettacolo, l’estro, l’invenzione e il gusto dell’immagini . Emblematico resta il presepe napoletano fenomeno storico-antropologico in cui la tradizione presepiale sembra derivare dalla combinazione mitico-rituale della complessità urbana e umana di Napoli, che avrà il suo momento di maggiore splendore nel settecento, in cui si riflettono le anime, i vizi, le virtù, i timori e le speranze che abitano la coscienza della collettività, dove l’aspettativa messianica della redenzione s’intreccia con quella della redenzione dai bisogni .
Il Natale non è celebrazione esclusivamente cristiana, bensì spazio ermeneutico di più ampie stratificazioni antropologiche; ad esse appartiene un crocevia di tradizioni e spazialità spirituali.
Nella trilogia semantica Natale-Natività-Presepe si raccolgono tre funzioni: la Natività si collega all’ambito cristiano ed esprime l’approccio umano al mistero di Cristo, nelle espressioni sceniche, musive, pittoriche. Nel presepe si coagula una cultura popolare che rappresenta il Mistero della natività come una sorta di nuova incarnazione storica, spesso anche nell’ebbrezza carnascialesca di personaggi non propriamente collimanti con quelli del deserto palestinese .
Anche la scelta del 25 dicembre come giorno di Natale è singolare: fu assunta a ricorrenza per una sorta di opportunità e di sincretismo religioso in quanto in quel giorno cadevano numerose feste pagane che il cristianesimo intese far proprie ed annullare.
In Egitto si celebrava la nascita del dio solare Horus, in Grecia quella di Dionisio, nei paesi scandinavi quella del Dio Frey e i riti della nascita presentavano non pochi simboli allegorici che la chiesa volle assorbire .
L’imperatore Aureliano era all’interno di ritualità esoteriche di gruppi che adoravano il dio sole, un culto di probabile origine indonesiana con ampie diffusioni nell’impero romano. Il 25 dicembre del 274 d.C aveva introdotto la festa del Sol Invictus, sole senza tramonto, proprio perché quel giorno segnava la rinascita del sole dopo il solstizio d’inverno: quel giorno era indicato nel calendario civile romano con il titolo festivo di Natalis Invicti .
Analogie e connessioni tra il cristianesimo e il culto del dio egizio Mitra, nato secondo la tradizione il 25 dicembre in una grotta fiorita, era considerato il sole invincibile, l’inviato del dio supremo a sconfiggere le forze del male . La tradizione cristiana, forse perché affermatasi nella diaspora di questi territori imperiali, aveva al suo interno fecondi punti di contatto con l’estetica della Luce e con la teologia del Sole; non fu quindi difficile sostituire la festa Sol Invictus con quella della nascita di Cristo, Sole di giustizia.
Questa trasposizione pare sia avvenuta a Roma all’inizio del secolo IV; la troviamo attestata nella celebre Depositio Martyrum intorno al 336 d.C in cui la nascita di Cristo viene determinata al 25 dicembre proprio nello stesso giorno del Sol Invictus, come Gesù stesso verrà invocato: Gesù sole senza tramonto.
L’accostamento di fondo tra il Sole e il Cristo, però, aveva dato adito a qualche equivoco.
Già nel 362 d.C l’imperatore Giuliano l’Apostata aveva scritto un discorso, De Sole Rege, da leggersi a Roma il 25 dicembre per la celebrazione della luce, quella reale e quella dell’intelligenza.
San Leone Magno, per la coincidenza del Natale con la festa del Sol Invictus, ammoniva i cristiani a non confondere il Cristo con il Sole naturale. Mentre l’equivoco, richiamato da San Leone Magno, andrà attenuandosi fino a scomparire.
Rimarranno alcune ritualità, che continueranno a collegare l’antica festa pagana del Sole con la sopravvenuta festa cristiana della nascita di Cristo: così la celebrazione notturna della liturgia, l’attesa della vigilia, le libagioni con i loro significati arcaici, i canti e le danza, e tutta una sorte di devianze fino al rovescio consumistico che recentemente ha assunto tutto il clima natalizio nelle grandi metropoli odierne.
Alcuni spostamenti di accento dal religioso al magico fino al profano (albero, Klaus, befane..), sono i segnali fumosi di antiche praterie che videro sorgere il sole tra steppe e tundre sulle quali volarono le renne, o stropicciati camini sui quali si arrampica Kluas/Babbo Natale, o anche vicoletti insoliti spazzati dal fruscio della befane.
Intorno alla sacralità della nascita di Cristo, celebrata dai cristiani, si accampano riti antichi e richiami della foresta.
L’affermazione del Natale cristiano, intorno alla metà del IV secolo, coincide con i momenti più vistosi della decadenza imperiale, le cui stesse tendenza religiose, specialmente quelle mutuate dal sincretismo, cominciano a perdere i consensi, a causa della corruzione di costumi. Alla nuova religione cristiana, ormai solidamente affermata nel IV secolo e rinvigorita dalla politica dell’imperatore Costantino non fu difficile soppiantare, o cercare una fusione tra elementi pagani e cristiani.
Quello che accadde nei primi secoli cristiani, inversamente sta accadendo oggi, quando il contatto più ravvicinato tra i popoli e le culture rende meno esclusivo il carattere religioso del Natale .

 

1.2 ICONOGRAFIA DELLE ORIGINI

Nel I millennio del cristianesimo il Natale del Signore venne celebrato principalmente nella liturgia, nella memoria dei racconti dei vangeli apocrifi, i quali colmarono alcune lacune presentate dai canonici sull’infanzia di Gesù e furono fonte di numerose leggende sia in Oriente che in Occidente. L’influenza dei vangeli apocrifi fu notevole tanto nella drammaturgia natalizia quanto nella letterature e nel folklore .
La rappresentazione visiva del mistero natalizio risale alle origini stesse del cristianesimo ed ebbe inizio in Oriente al massimo nel III secolo quando già i fedeli si recavano a pregare presso la grotta della natività.
Le prime raffigurazioni i primi presepi compaiono nelle pitture catacombali e sui sarcofaghi, specialmente dopo il Concilio di Efeso con cui era stato proclamato il dogma della divina maternità di Maria. Così la primitiva arte cristiana fissa nei particolari l’iconografia del Natale: tramandò la grotta, la cometa, i pastori, il bue e l’asino, spesso anche le levatrici che compaiono soltanto con i vangeli apocrifi.
Due le forme ricorrenti per rappresentare la vergine: quella di tipo ellenico con la madonna seduta e quella di tipo siriaco in cui la stessa compare coricata.
Il primo modello è il più antico e rimase in uso fino al VI secolo, quando sotto l’influenza francescana si diffuse l’usanza di rappresentare la Madonna inginocchiata e in adorazione del figlio.
Le raffigurazioni seguono in genere uno schema che soltanto l’arte dei tempi più vicino a noi interromperà e varierà: al centro, distesa o seduta la Madonna, al di sopra di lei il bambino fasciato e posto nella mangiatoia, da un lato seduto ed assorto San Giuseppe, dall’altra parte l’angelo che annunzia la buona novella ai pastori. A ridosso del bambino spuntano i musi dell’asino e del bue, a volte compaiono due levatrici intente al bagno del neonato, scena in seguito lasciata cadere .
Liturgia e Parola segnarono gli antefatti della scenografia, che venne ad esprimersi sculturalmente e musivamente nel dipinto e soprattutto nella plastica, che dilaga nel primo e secondo Medioevo in coincidenza con l’affermarsi dell’arte teatrale e al suo interno la scenografia sacra, ossia le sacre rappresentazioni.
Il particolare rapporto immagine-parola appare la chiave ermeneutica indispensabile per accedere al significato più autentico della sacra rappresentazione, sia essa di ambito teatrale o di ambito pittorico. L’iconografia della natività, proprio perché derivante dagli antichi racconti, non nasce per celebrare la povertà della nascita del Bambino Gesù, in una notte di freddo pungente; la natività è soprattutto celebrazione della regalità di Cristo. Nell’atmosfera trionfale del IV secolo, quando la politica religiosa di Costantino, aveva dato splendore e visibilità al cristianesimo, risuonarono le profezie veterotestamentarie sulla nascita del messia nato da vergine, di stirpe regale .
La prima raffigurazione della madonna con il bambino compare in una pittura della catacomba romana di Priscilla, databile ai primi decenni del III secolo, sulla sinistra la presenza di un profeta che indica la stella ciò a simboleggiare che il Figlio di Dio si è fatto uomo. Presso la medesima catacomba una pittura riproduce i magi.
Anche presso la catacomba di Domitilla databile nella seconda metà del IV secolo è presente la raffigurazione della Madonna col Bambino e i Magi .
Inoltre a sottolineare l’allusione alle antiche profezie veterotestamentarie, si può notare che nell’arte paleocristiana, il bue e l’asino compaiono quasi sempre, mentre talvolta mancano Maria e Giuseppe. Quest’ultimo infine compare nelle raffigurazioni della natività, solo nella prima metà del V secolo, generalmente seduto o in piedi accanto al Bambino .
Tanto il bue che l’asino sono estranei ai testi canonici, ma la loro presenza denuncia un valore simbolico a cui sono stati attribuiti vari significati, originati da un’ antichissima tradizione basata sul profeti Isaia 1,3 «il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende» e in seguito ripreso dall’apocrifo PseudoMatteo, in cui il bue sarebbe simbolo dell’umiltà mentre l’asino della coscienza. Origene fa dei due animali i simboli del giudeo e del gentile .
Nell’immaginario architettonico degli elementi spaziali della gotta-capanna-tettoia ci fu sempre un costante tentativo di appropriarsi, per riprodurlo, di questi spicchi di Betlemme costituito dallo «specum Salvatoris»: queste riproduzioni, spesso, portano la denominazione tipica di «a presepe/ad presepe».
A Roma la Basilica di Santa Maria Maggiore sul colle Esquilino fin dal VI secolo prese a denominarsi «Santa Maria ad presepe» .
La più antica e sicura citazione dell’appellativo risale al VII secolo; papa Teodoro I, essendo nativo di Gerusalemme, sarebbe riuscito a portare nella basilica le reliquie della mangiatoia. Già nella seconda metà del V secolo nella basilica mariana era stata istituita la celebrazione notturna del Natale; la suggestiva liturgia intendeva imitare l’usanza dei cristiani di Palestina che solevano celebrare a Betlemme uno speciale rito comunitario notturno in ricordo della venuta del Cristo. La funzione iniziava al «cantum galli»; il papa scendeva all’oratorio del Presepio per celebrarvi la messa.
Da ricordare anche il celebre presepio di Santa Maria in Trastevere, voluto da papa Gregorio IV che per questo si fregia del titolo «Praesepe Santae Mariae».
Del XIII secolo è un presepio oggi particolarmente caro ai romani allestito all’Aracoeli. Qui è conservato in un cappella il Divin Fanciullo, scultura in legno di ulivo proveniente dal monte degli ulivi, opera di un frate francescano del monte Sion in Palestina. Intorno a quest’opera d’arte non mancano leggende; il Santo Bambino è ancora oggi considerato dispensatore di grazie e benefici, salvatore degli infermi, tanto che un tempo veniva portato in una sontuosa carrozza come viatico ai moribondi. Oggi durante il periodo natalizio, il Santo Bambino viene posto al centro di un presepio e riceve lettere e telegrammi dai bambini di ogni parte del mondo .
Tra i secoli XII e XIII si verifica un’ inversione di tendenza nella festa solenne della natività: si passa dall’arte trionfale, che celebra gli aspetti regali del Messia alla identificazione tra la gente povera e il bambino povero della mangiatoia di Betlemme.
La celebrazione regale e teologica viene lacerata dalla protesta popolare, che si riappropria dei racconti e della Parola, allargando gli spazi basilicali della scenografia sacra, che il popolo stesso comincia a rappresentare nel teatro in concomitanza delle principali feste cristiane.
Il passaggio dall’arte trionfale all’arte gotica significa il tentativo del popolo di appropriarsi del Mistero, identificando la propria sofferenza con quella di Cristo. Le scene della natività del XIII secolo risentono di una più «carnale» devozione del popolo verso il mistero di Gesù Bambino. E’ sintomatico come in questo tempo si diffondano testi che descrivevano i luoghi della vita terrena del Cristo come le «meditaziones de Vita Christi», un tempo attribuite a San Bonaventura ma oggi, più accortamente al minorita Giovanni de Caulibus da San Gimignano. Sono questi testi, uniti alla catechesi pittorica sulla vita di Gesù, espressa negli spazi basilicali con grande attinenza ai testi apocrifi, che si sintonizzano con il fenomeno delle «Laudi popolari» che sono all’origine della sacra rappresentazione medievale.
In questa ermeneutica si possono leggere alcune espressioni artistiche del XIII secolo, come visione introduttiva e contestualizzante il presepio di San Francesco a Greccio, che va letto e compreso proprio all’interno di questa Parola che diventa Immagine, della Lauda che diventa pittura e del Teatro che rende plastico il Mistero della Natività.
La tradizione attribuisce a Francesco d’Assisi la diffusione del presepio. Nel 1223 a Greccio presso Rieti, Francesco chiese a Giovanni Velita, Signore di Greccio, di disporre nei suoi boschi, di una mangiatoia piena di fieno, un asino e un bue vivi, e nel pieno della notte fece suonare le campane. Accorse la gente dei villaggi e assistette piena di riverenza alla messa, non celebrata dal santo che per somma umiltà non aveva mai voluto essere consacrato sacerdote ed era solo diacono, ma da vescovo Ugolino. Francesco cantò e spiegò commosso il vangelo. Fu a questo punto che la tradizione vuole che un cavaliere ebbe la visione di un fanciullo nelle braccia del Santo. Il fieno di quella mangiatoia fu conteso fra tutti i presenti conservato con cura perché preservava dalla pestilenza e dall’ infermità .
Il senso più profondo che si deve cogliere nella celebrazione di Greccio è la coniugazione tra la venuta di Gesù nel presepe di Betlemme e quella sacramentale sull’altare eucaristico. E’ la stessa mangiatoia dove venne celebrata la messa nel 1223 a configurarsi come altare e mensa eucaristica. Quindi la novità e l’originalità dell’ideazione francescana del presepio di Greccio fu quella di inventare un presepe eucaristico. L’originalità di Francesco consiste nell’aver tradotto plasticamente e reso storicamente accessibile quanto già presente nel mistero sacramentale dell’Eucarestia .
La rappresentazione di Greccio può essere intesa come sviluppo cerimoniale liturgico natalizio. Il presepe di Greccio si riconnette alle laude dialogate o drammatiche, espressione della religiosità laica delle confraternite diffuse soprattutto in Umbria e Toscana. Attorno al Mille, in epoca di ripresa spirituale, la semplice parole non può essere intesa dalle popolazioni del tempo poco inclini alle sottigliezza teologiche ma non per questo meno ansiose di conoscere l’insegnamento religioso. Scene, parabole e personaggi biblici restano incomprensibili alla maggior parte del popolo: da qui la necessità che i momenti più importanti della storia di Cristo, la Natività e la Passione, siano rinnovati dall’azione.
Alla decadenza del teatro latino classico che la Chiesa condanna quale espressione del paganesimo, si sostituisce la recita dei riti cristiani.
E’ evidente la finalità pedagogica: quella di istruire le classi più umili e rendere loro familiari gli aspetti del sacro.
Nato tra il X e il XII secolo il dramma paraliturgico raggiunse il proprio massimo sviluppo nel XIII secolo e in quello seguente. All’inizio è limitato a due momenti centrali della vita del Cristo: la natività (Officium pastorum) e la resurrezione (Officium sepulcri).
Se dapprima l’Officium pastorum si rifà al Vangelo di Luca alla nascita del bambino e visita dei pastori dopo finirà per dare maggior spazio ad altri episodi del ciclo natalizio, in particolare a quelli connessi all’epifania in quanto le figure dei Magi fornivano elementi affascinanti e quella di Erode possibilità di intonazioni drammatiche. Benché la rappresentazione della natività rimanga un’eloquente espressione della religiosità del medioevo è indubbio che fu l’Epifania, più che il Natale, a divenire predominante: essa contribuì alla fioritura di appositi drammi incentrati sul viaggio dei Magi guidati dalla stella cometa. Ben presto accanto ai significati religiosi, apparvero numerosi elementi fantastici e simbolici, dal latino si passò alla lingua volgare locale, comparvero personaggi nuovi anche bizzarri.
Gli attori finirono per allontanarsi sempre più dall’altare e superato il portale della chiesa, comparvero con le loro recite sul sacrato; di qui infine sulle piazze dei borghi. Tollerati dapprima dalla Chiesa e lasciati a disposizione del clero, con l’intento di attrarre ed indirizzare la religiosità dei fedeli, veri pezzi di teatro a soggetto religioso o quadri viventi, i misteri, spesso privilegio di alcune confraternite, duravano anche più giorni. Si assiste ad un’ulteriore degenerazione o trasformazione: già sono stati ammessi attori laici, già è comparso il volgare, ora l’aspetto religioso si stempera in digressioni di vario genere con interpretazioni così libere del vangelo da costituire uno scandalo. Avendo subito un’evoluzione un po’ troppo spregiudicata, non piacquero alle gerarchie ecclesiastiche: furono visti con sospetto e osteggiati nel timore di contaminazioni al di fuori dell’ortodossia, che del resto erano già avvenute, tanto che la chiesa li condannò nel Concilio di Treviri del 1227, ma ciò non toglie che ebbero ancora una lunga vita .
La differenza radicale tra la sacra rappresentazione della natività e il presepe di Greccio sta nel fatto che la prima è spazialità teatrale, il secondo è un luogo di culto, con chiaro e determinato significato eucaristico . L’avvenimento di Greccio incide non soltanto sulla coscienza religiosa del popolo, ma anche sull’arte. La riproduzione della natività acquista una luce di intima e profonda spiritualità, tanto che l’artista diventa interprete di un sentimento collettivo. Con il decadere dei drammi paraliturgici e dei misteri si assiste ad una svolta nelle vicende del presepio. Ciò che apparenta sacre rappresentazioni e presepio è da ricercarsi nell’introduzione di nuovi personaggi: infatti accanto a quelli tradizionali ne appaiono altri tratti dalla vita quotidiana: mercati, campagnoli, osti e perfino pezzenti.
Nella sacra rappresentazione che nel XIV secolo diventa sempre più festosa, non mancano burattini mobili: si vuole che questi ultimi siano stati gli antenati delle nostre statuine, ma l’affermazione non sembra del tutto accettabile.
Tra umanesimo e rinascimento altri elementi penetrano nella storia del presepe. Accanto alla grotta, che precedentemente non sempre era raffigurata, compaiono spesso i resti di un edificio classicheggiante, pagano, talora adibito a stalla.
Inoltre, con il rinascimento la Vergine è raffigurata in adorazione, mentre precedentemente era più semplicemente accostata al Bambino Gesù; la mangiatoia viene sostituita da morbidi cuscini, bue e asino finiscono in un angolo buoi della scena, si dà sempre maggior spazio ai personaggi circostanti, esotici o folkloristici, caratteristica che risalterà in particolare nelle rappresentazioni presepiali meridionali. Il presepio comincia ad essere diffuso verso la metà del quattrocento .
Ed ecco tra la fine del quattrocento e la prima metà del cinquecento che si cominciano a trovare tracce e resti di presepi veri e propri; a parte il marmo, il cui uso si fa sempre più sporadico, sono due le materie essenziali a cui ricorrono gli artisti: il legno e la terracotta. Il primo, usato soprattutto dai settentrionali, diviene il loro elemento distintivo: lo ritroviamo ad esempio nei rari presepi lombardi e in quelli degli artisti altoatesini, quasi sempre pale d’altare.
La terracotta è invece molto usata in Emilia Romagna, nell’Italia centrale e in parte in quella meridionale.
In Abruzzo lavorano «i figurini» abilissimi modellatori dell’argilla.
Nel cinquecento il presepio napoletano prende sempre più chiaramente la sua forma definitiva .
Il Concilio di Trento favorisce la diffusione del presepio quale espressione della religiosità popolare: i nuovi ordini, tra cui i Gesuiti, i Barnabiti e i Teatini, spesso se ne impossessano fino ad averne il monopolio.
Lo spirito controriformistico promuove un più intenso culto della Madonna e una delle più vivaci espressioni mariane è quella del presepio. Divenuto uno strumento nelle mani dei gesuiti, il presepe assume i connotati di una manifestazione culturale in cui il mistero della natività perde il proprio carattere di semplice episodio nella vita del Cristo per divenire un’arte speciale. I gesuiti lo utilizzano per scopi didattici, in particolare quando si trovano di fronte al compito di evangelizzare le terre riconquistate al protestantesimo, oltre a quelle di recente acquisizione nel nuovo mondo.
I presepi gesuiti non hanno importanza soltanto dal punto di vista evangelico, bensì anche sotto quello artistico: divenuto un genere diffuso di rappresentazione, il presepe è il tramite con cui l’arte europea penetra per la prima volta in America latina, specialmente in Perù. I gesuiti impongono il proprio gusto per la profusione ornamentale, le manifestazioni esteriori e l’esaltazione mistica: inizia così lo sviluppo e la storia del presepe barocco, il cui fine è quello di sottolineare il fascino misterioso e l’attrazione di un evento soprannaturale. Introducendo attorno ai personaggi sacri ambienti esotici e ogni sorta di contributi estranei al Vangelo: è la strada aperta all’estro, alla fantasia e all’affascinante inusuale.
Mentre il protestantesimo si oppone a tutto ciò che non sia strettamente liturgico e di conseguenza è contro la pratica del presepio, al contrario la chiesa romana, cogliendone gli elementi popolari, la esalta.
La Riforma osteggia il presepe come espressione del «paganesimo della Chiesa cattolica», preferisce l’Albero di Natale, peraltro non meno paganeggiante, richiamandosi ad antichi riti nordici.
Alla frattura tra cattolicesimo e protestantesimo si fa infatti risalire l’origine dell’albero di natale.
Iniziatore ne sarebbe stato Martin Lutero: si narra infatti che il monaco agostiniano trovandosi nella notte antecedente il Natale attraversava una campagna innevata mentre meditava sull’imminenza del mistero dell’incarnazione, sia stato commosso dalla visione lunare e delle stelle che splendevano tra i rami. Tornato alla sua dimora, con un piccolo abete avrebbe cercato di riprodurre il paesaggio notturno: questo secondo la leggenda.
In realtà l’albero di Natale deriverebbe dai riti delle antiche tribù germaniche per il solstizio d’inverno. Secondo altre interpretazioni deriverebbe dai culti religiosi dei celti, adoratori degli alberi, cui appendevano sacchetti con doni destinati ai defunti. In seguito la consuetudine dell’albero natalizio si estese ai paesi dell’Europa centrale e nordica fino a conquistare il mondo.
In Puglia e Lucania il presepe ha il suo miglior sviluppo nel periodo rinascimentale. Si tratta di opere a carattere popolare monumentale, fisse.
A Napoli, verso la metà del cinquecento, con l’abbandono del simbolismo medievale, nasce il presepio plastico moderno. La tradizione ne attribuisce il merito a San Gaetano da Thiene.
Dall’Italia e da Napoli in particolare, il presepio si sarebbe diffuso in altre aree europee: in realtà in Portogallo l’uso di quello a figure mobili risale al XVI secolo, mentre in Spagna, ancor prima dell’introduzione e del modello partenopeo, ad opera dei Borboni si conosce una tradizione presepiale autonoma; negli stessi anni il presepe è diffuso in Francia, nella Germania meridionale, in Austria, in Boemia e in Moravia.
Nel corso del seicento si creano quegli effetti di notevole efficacia scenografica che rivoluzionano il carattere del presepio. Compaiono allestimenti e scene secondarie, spesso a carattere bucolico, bizzarrie e anacronismi, sintomi della nuova sensibilità del barocco. Con il gusto proprio del barocco la folta serie di nuovi personaggi nei costumi di ogni giorno disegna come avviene nei presepi siciliani, lo spaccato della società cui appartiene. Né manca l’introduzione di animali ed oggetti di uso quotidiano e la presenza di elementi esotici: nel corteo i Magi compaiono servitori neri, paggetti, schiavi con coppie di levrieri al guinzaglio, servitori ed odalische, elefanti, cammelli, dromedari. I presepi diventano lo specchio della cultura che li produce, rivelano il mutare del gusto e delle mode. Il presepio si avvia ad uscire dalle chiese per fare il proprio ingresso nelle case patrizie come arredamento di lusso, segno evidente di un benessere raggiunto.
Soltanto più tardi nel corso dell’ottocento diventerà popolare, cioè diffuso tra i vari ceti sociali grazie ad una produzione in serie delle statuine mediante stampi e con l’adozione di materiali più umili e quindi di minor costo. A partire dal settecento alle figure in legno, statue mobili destinate ad essere sistemate in apparati locali, si sostituisce il manichino ligneo smontabile, talora anche con parti in stoffa, testa mani e gambe in terracotta, cera o legno rivestito di sontuosi abiti. Ciò permise l’allestimento privato, evitando la monumentalità propria dei presepi di chiesa .

CAPITOLO 2
L’ARTE DEL PRESEPE IN ITALIA

 

2.1 TIPOLOGIE REGIONALI DEL PRESEPE

2.1.1 Presepe Pugliese
In Puglia e in Lucania il presepe ha il suo miglior sviluppo nel periodo rinascimentale. Si tratta di opere a carattere popolare ma monumentali, fisse.
Il tipo di presepio pugliese è del tutto particolare: occupa tutta una cappella ed è incastonato in una grandiosa grotta di finta roccia che si sviluppa in alto come una specie di montagna, percorsa dalla cavalcata dei Re Magi ed animata da pecore, pastori, zampognari. Non mancano elementi eterogenei, come gli animali bizzarri, ma l’occhio subito cade sulla scena sacra, che è sempre centrale .
Le figure sono vivacemente dipinte per quanto la pittura originaria sia stata corrosa dal tempo, più volte rifatta e in qualche caso falsata, i presepi di quest’area conservano un fascino popolaresco .
A Lecce si sviluppa l’artigianato della cartapesta e nel corso del XVII e XVIII secolo le statue di cartapesta venivano realizzate e vendute dai barbieri che le esponevano nelle proprie vetrine. Altri elementi tipici dell’artigianato pugliese sono le statuette in terracotta di Grottaglie.

2.1.2 Presepe Ligure
L’arte presepiale si diffonde in Liguria per committenza delle famiglie nobili che abbondano tra il seicento e il settecento di presepi intagliati in legno e dipinti.
Tipiche officine sono Savona e Albisola con particolare attenzione ai materiali preziosi e alla miniaturizzazione dei personaggi, spesso racchiusi in conchiglie marine o calotte di tartarughe .

 

2.1.3 Presepe Lombardo-piemontese
Nel rinascimento anche il presepio piemontese acquista una sua fisionomia: poco o nulla ci rimane delle installazioni a figure mobili per le festività del Natale, che dovevano essere prevalentemente in legno dipinto .
Particolare e suggestiva di quest’epoca è la scenografia dei Sacri Monti, in cui la rappresentazione della natività si inserisce nei più ampi cicli dedicati alla vita del Cristo. Arroccati sulla cima di un monte, più vicini al cielo che alla terra, lontani dalle miserie umane in un profondo significato spirituale, raggiungibile soltanto con un tortuoso percorso tra una folta vegetazione, i Sacri Monti con le loro numerose edicole offrono uno sviluppo didascalico della vita di Cristo .
La riproduzione delle scene del presepio dell’adorazione dei pastori e dell’Epifania li troviamo a Crea e a Varallo, in cui si trovano le opere più complete.

 

2.1.4 Presepe in Alto Adige
Il XVIII secolo, apogeo del presepio napoletano, vede anche la decadenza del presepio pugliese e di quello lombardo piemontese.
Invece si affermarono in quest’epoca il presepio altoatesino, quello romano e quello siciliano.
In Alto Adige il presepio è già fissato nelle forme tradizionali dei grandi intagliatori in legno del quattrocento e del cinquecento, ma anche qui il periodo d’oro coincide con l’età barocca.
Il gusto nordico si mescola con gli elementi di stile italiano, in rappresentazioni estremamente varie per dimensioni, proporzioni, sfondi.
Il materiale più utilizzato è il legno e le figure maggiori superano il metro e venti d’altezza. In Alto Adige comunque non mancano i presepi in cartapesta, in carta ritagliata, in stucco, in cera e altri materiali.

 

2.1.5 Presepe Romano
A Roma tra il seicento e il settecento non esisteva una scuola presepiale compatta e coerente come quella di Napoli e l’invasione delle figure abruzzesi prima, e napoletane poi, improntarono di sé quasi tutta la serie di presepi romaneschi. Non mancarono però caratteristiche particolari: sfondi più semplici e sobri, quasi sempre raffiguranti uno scorcio della città stessa, figure di grandezza notevole sempre molto maggiore della terzina.
Le misure e le proporzioni delle figure da presepio rispondevano a leggi ben precise. Si parla in genere di «figure terzine» a significare che è alta un terzo del naturale, ma è un modo di dir perché l’altezza dei personaggi principali non supera i 35-40 cm, un terzo quindi non certo della statura di un uomo normale ma di un nano o di un ragazzino.
I costumi, la scena hanno sempre un risvolto notevolissimo , appaiono inoltre pastori vestiti con la variegata policromia delle vesti ecclesiastiche o spesso con la provocante sontuosità dell’abbigliamento popolare, sullo sfondo del Tevere .

 

2.1.6 Presepe Napoletano
Il più antico presepe napoletano è menzionato nella chiesa di «Santa Maria al Presepe» del 1025.
Nel XV secolo si hanno i primi presepi scolpiti in legno, mentre quelli in terracotta appaiono nel XVI secolo.
Nel cinquecento il presepe napoletano assume la propria forma caratteristica, nasce il presepio plastico moderno, di cui la tradizione ne attribuisce il merito a San Gaetano da Thiene .
Ma è tra il seicento e il settecento che esplode il presepe di luci, colori, forme quando esso si affolla di innumerevoli figurini: troveremo il mondo minuto dei vicoli napoletani di quell’epoca; osserveremo donne al mercato, tessitrici, acquaroli, contadini, artigiani di ogni genere, scene di vita popolare; scopriremo tutta una popolazione grottesca: sciancati, deformi, nani, gobbi, ciechi, pezzenti, mendicanti, obesi. Con un po’ di fatica alla fine in un angolino nella loro modesta grotta ecco la sacra famiglia.
L’interesse per i presepi era tale che ogni chiesa, ogni parrocchia, ogni convento ne voleva uno, e così non si badava a spese .
Ma è anche lo stesso patriziato locale a favorirne la diffusione, fino a diventare popolare, ogni famiglia per natale allestiva il suo presepe domestico.


2.1.7 Presepe Siciliano
Il presepio più antico di Sicilia opera di Andrea mancino nel 1494 è custodito nella Chiesa dell’Annunziata a Termini Imerese; successivamente il suo sviluppo e la sua diffusione si deve all’opera della compagnia di Gesù che realizzavano dei presepi di carattere scenografico .
Ben presto il presepe diventa parte di un arredamento e oggetto d’arte. In generale viene allestito in una sorta di bacheca a vetri, la «scaffarata» forse dal Catalano «escaparata», più volte citata come soprammobile di pregio negli atti notarili e negli inventari di archivi di famiglie aristocratiche e borghesi dal XVI secolo, fino alla metà del XIX secolo. La scaffalata posta su un cassettone rimane esposta per tutto il periodo natalizio.
Nella produzione dei presepi destinati ad essere accolti nelle scaffalate, o sotto campane di vetro, si specializzano i «cirari», gli artigiani della cera. L’artigianato in cera ebbe una tale diffusione e un tale successo che fin dalla metà del seicento si era iniziato il collezionismo delle statuette.
Gli estrosi artisti e artigiani siciliani, fanno spesso ricorso, oltre che alla cera a molti altri materiali: legno, per quanto raramente, corallo, rame, sughero, gesso, avorio, madreperla, tartaruga, smalto, stucco, creta, alabastro, conchiglie e materiale lavico.
Perseguendo una propria linea di originalità, il presepe siciliano, tra il seicento e il settecento presenta una storia ricca di fascino e suggestione: differisce da quello partenopeo per una minor fastosità: difficilmente troviamo la stessa sovrabbondanza di ornamenti; in genere il paesaggio è roccioso, desertico, mancano le complesse scene popolari proprie di quello napoletano, si concede meno divagazioni, è più sacro e meno profano.
La Sacra Famiglia rappresenta quasi sempre il fulcro centrale della scena verso cui converge coralmente la processione dei pastori (termine che qui come a Napoli comprende tutte le figure, anche i Magi, fatta eccezione per la Vergine, San Giuseppe e il Bambino).
Il presepe siciliano denuncia un profondo ed acuto senso del drammatico: non manca il compiacimento per le scene sconvolgenti, come quella della strage degli innocenti, un motivo che torna più volte.
Inoltre risentì certamente dell’influenza del teatro dei pupi ed offre alcuni tipi caratteristici e ricorrenti, come l’uomo spaventato dal fulgore della stella, il pescatore con i cefali, la vecchia con i pulcini.
Tradizionale ed unica la decorazione formata da rami d’arancio e di mandarino, grappoli d’uva e fichi d’india.
Mano a mano che perde il proprio carattere paraliturgico per divenire rappresentazione destinata ad essere accolta nelle case aristocratiche, anche il presepe siciliano finisce per costituire una miniatura della vita sociale del settecento-ottocento: i personaggi indossano quasi sempre abiti del contadino e riflettono aspetti di una comunità agro pastorale, compaiono attrezzi e utensili da lavoro; si estrinseca una realtà vista nel suo evolversi, in cui scorre il ritmo degli usi e dei costumi popolari.
I centri principali da cui si diffuse l’arte del presepe sono: Palermo, Siracusa, in cui sono rinomati i cerari che producono personaggi dalle espressioni gioiose o giacenti nel sonno ; Trapani con caratteristici presepi in corallo, Caltagirone con una produzione di statuine in ceramica e formelle maiolicate .


CAPITOLO 3
SIMBOLOGIA DEL PRESEPE

3.1 CENNI STORICI

Sarebbe impensabile leggere tutti i segnali correlati alla tradizione più autentica del Natale, dal momento che molti di essi appaiono degradati da una cultura alla quale, nel lento correre del tempo, si è sostituito tutto un mondo di segni e valori diversi dal Natale. Lo stesso presepe settecentesco, ad esempio, al di là del suo indiscusso valore storico e artistico, ridotto oggi a esibizione di mero collezionismo, di ostentato benessere economico, ha perduto ogni riferimento alla sua originaria espressione devozionale.
Nel corso di tre millenni il nostro Natale ha aggregato significanti e rimandi, accogliendo sincreticamente un tessuto simbolico di notevole complessità storica e religiosa.
Presso i popoli pagani, molti secoli prima della venuta di Cristo, la celebrazione del 25 dicembre era legata al ciclo delle feste propiziatorie di fine anno.
Di qui alcuni rituali propri dei popoli primitivi, tendenti a simulare il ritorno della luce e del calore come quello connessi ai cosiddetti ceppi o fuochi di Natale, ancora presente in alcune aree della nostra tradizione popolare. E ancora la grande diffusione del mito del bambino solare in tutto il mondo antico, dall’Egitto (Horus), alla Grecia (Dioniso), alla Persia (Zoroastro).
Fu il cristianesimo per la prima volta a proporre la presenza di un Dio che si manifesta sulla terra in un tempo e in uno spazio ben determinati. Ma non sempre la nuova religione riuscì a sopprimere completamente gli antichi riti pagani, al punto che la chiesa finì con il tollerare che essi convivessero, fino a identificarsi con le festività cristiane .
Il Natale, nella nostra tradizione, significa soprattutto presepe. Questo, nel suo periodo di massimo splendore tra i secoli XV e XIX rappresenta un fenomeno storico-antropologico. L’orizzonte entro il quale si svolge la vicenda presepiale, è in particolare quella napoletana, è segnato da una nuova direzione cristologica, orientata verso la centralizzazione dei culti. Le pratiche e l’immaginario culturali si connotano di un tenero intimismo con devozioni come quella del sacro cuore, promossa dai gesuiti, i quali si adoperarono molto per la diffusione del presepe; ma anche da figure come Alfonso Maria de Liguori, Maria Francesca delle Cinque Piaghe.
La nuova sensibilità che guarda già al settecento si esprime in uno spostamento della religiosità dalla Pasqua e della settimana Santa, verso il Natale. L’attenzione della cultura religiosa, poetica, estetica scivola lentamente dalla morte verso la nascita. Nel corso di tale passaggio si aggruma intorno al tema natività un imponente immaginario festivo che assume funzioni di regolamentazione delle coscienze e di rinnovamento delle condotte umane: per esempio lo scambio dei doni e gli auguri, le riunioni familiari, le visite reciproche, i pranzi conviviali. A questo clima appartengono le canzoncine natalizie composte da Alfonso Maria dei Liguori: «Tu scendi dalle stelle», e hanno ampia circolazione leggende su fasce, cuffie, culle che di fatto umanizzano il mistero dell’incarnazione riconducendolo all’hic et nunc, contribuendo così ad instaurare un culto dell’infanzia.
Nell’amore-culto dell’infanzia, e nella passione per il presepe come attività materiale, manuale, il mistero del Verbo fatto carne viene ricondotto alla dialettica tra morte e rinascita che dà all’astrazione teologica corporeità e familiarità.
Inoltre l’immaginario devoto stratifica intorno al presepe un fittissimo corpus mitico-leggendario che contribuisce non poco alla polarizzazione della natività per dei suoi rituali. Ad esempio il Bambinello appartenente al primo presepe barocco napoletano, quello dei padri Scolopi, aveva fama di protettore della maternità, tanto che le donne in gravidanza usavano strofinarsi l’addome con della bambagia che era stata messa a contatto con il corpo del divino Infante. Altro esempio è rappresentato dalla vicenda di Maria Francesca delle Cinque Piaghe, una santa napoletana di estrazione piccolo borghese, costretta dal padre tessitore ad una vita di duro lavoro. La sua fervente devozione per il bambino Gesù fanno si che secondo la credenza popolare, nella notte di Natale del 1787 Maria Francesca si sarebbe recata in Spirito a visitare la grotta della natività. Ma il segno della santità della giovane filatrice si manifesta quando una statuetta del Santo Bambino si anima e allarga miracolosamente i piedi e le braccia per farsi vestire con gli abiti che Maria Francesca ha cucito per Lui.
A partire dalla seconda metà del seicento è lo spazio domestico a costituire la cornice rappresentativa del presepe. La sacralizzazione degli spazi domestici o degli spazi comunitari delle relazioni familiari e di quelle di vicinato, che si determina intorno al presepe dà vita ad una serie di ritualità private, o di vicolo, come le novene casalinghe, quelle eseguite nelle botteghe, o davanti alle edicole votive, o le celebri processioni domestiche per riporre nella grotta del presepe il bambinello , tradizioni che con il tempo si sono sempre più affievolite.
Il presepe dunque può essere analizzato in base a diversi approcci:
- in rapporto al mito: il presepe infatti costituirebbe il relitto culturale di miti, rii, di cui si è persa la memoria;
- in rapporto al simbolo: nel presepe sarebbero presenti significati, valori, magari di tipo transculturali sotto forma simbolica e allegorica;
- in rapporto alla tradizione: nel presepe sarebbero presenti temi, motivi, credenze, forme dell’immaginario popolare.

 

3.2 METAFORE ED ALLEGORIE DEL PRESEPE

3.2.1 I luoghi

Nelle diverse strutture presepiali soprattutto napoletane ricorrono elementi rappresentativi che si collocano nella scenografia secondo una disposizione tradizionale. I più frequenti sono il pozzo, la fontana, il mulino, il ponte, il fiume, la taverna, il castello e la grotta. Il loro significato va oltre le semplici raffigurazioni paesaggistiche o scenografiche e la loro ricorrente presenza trova una spiegazione logica nella tradizione popolare. Si tratta di rappresentazioni relative a credenze varie, a superstizioni, a leggende, tessuto magico-religioso e al significato stesso del Natale.
Il pozzo è uno degli elementi più ricorrenti nella tradizione popolare napoletana e rappresenta il collegamento tra la superficie e le acque sottoterranee. La sua storia è ricca di aneddoti e superstizioni, che ne fanno un luogo di paura. Una volta ci si guardava bene dall’attingere acqua dal pozzo nella notte di Natale perché si credeva che essa contenesse spiriti diabolici e che nei riflessi dell’acqua attinta apparissero le teste di tutti coloro che erano morti entro l’anno.
Il ponte, altro elemento ricorrente nelle rappresentazioni presepiali, è noto simbolo di passaggio ed è collegato alla magia. Esso è transito limite che collega il mondo dei vivi e quello dei defunti.
Il significato simbolico del mulino comporta una lettura alquanto complessa.
Emblematico è il segno della ruota e delle pale che girano come raffigurazione del tempo. Chiara è l’allusione al nuovo anno immaginato come una ruota che riprende a girare.
Il simbolo della fontana fa riferimento alla figura di Maria, perché secondo varie tradizioni e in particolare nel Vangelo della pseudo-Tommaso, Maria avrebbe ricevuto l’annunciazione mentre attingeva acqua alla fonte.
Il fiume rinvia all’acqua che scorre, al liquido che avvolge il bambino nel seno materno, ma anche all’aldilà, ai fiumi inferi sui quali vengono traghettate le anime dei defunti.
La taverna o osteria assomma in sé una complessità di significati. In primo luogo, ai rischi del viaggiare. L’osteria del presepe allude al viaggio di Giuseppe e di Maria in cerca di alloggio. Alla taverna poi si associa il significato rituale del mangiare, l’osteria è metafora del grande banchetto che allude all’Eucarestia, grande mensa sacrale.
Il castello che ha attinenza con Erode e la strage degli innocenti, viene collocato su uno dei punti più alti del presepe. La grotta rappresenta quel limite crepuscolare fra la luce e le tenebre; è soglia di accesso al mistero, all’incomprensibile, al divino.

 

3.2.2 I personaggi
I pastori che animano i vari luoghi del presepe presentano una complessa simbologia, non sempre facilmente decifrabile, soprattutto perché nelle tradizioni popolari si riscontrano aggregazioni e accumulazioni di segnali appartenenti ad epoche diverse ed entrate a far parte del codice dell’immaginario.
I re magi, gli emblematici sapienti che la cometa guidò fino alla grotta di Betlemme, rappresentano senza dubbio una delle più poetiche e affascinati raffigurazioni dell’ iconografia cristiana; i re magi sui tre rispettivi cavalli dal colore bianco, rosso o baio e nero; nelle favole compare tale cromatismo che simboleggia l’iter quotidiano del sole: bianco per l’aurora, rosso o baio per il mezzogiorno, nero per la sera e la notte. I re magi dunque rappresentano il viaggio notturno della stella cometa che si congiunge con la nascita del nuovo «sole Bambino». D’altra parte in senso solare va interpretata la tradizione cristiana secondo la quale essi si mossero da Oriente, che è il punto di partenza del sole. La simbologia solare dei re magi era chiaramente espressa in passato quando al loro corteo si aggiungeva una figura femminile detta «la re magia» evidente rappresentazione della luna che segue il viaggio notturno dei tre. Essa veniva raffigurata in portantina sorretta da quattro schiavi e secondo la tradizione, rappresentava la fidanzata fedele del re moro, chiara simbologia della notte .
Nella tradizione cristiana il primo autore che accetta la tradizione del numero tre è Origene, sulla sua scia si confermano Massimo di Torino, Leone Magno, Cesario d’Arles. Anche Clemente d’Alessandria e Giovanni Crisostomo si interessarono ai magi; il secondo esorta i cristiani ad imitare il viaggio per recarsi in pellegrinaggio in Palestina.
L’origine del numero tre è forse da ricercare nel corrispettivo dei doni (mentre S. Agostino collega i magi simbolicamente alla Trinità) o in richiamo alle famose triadi delle Sacre Scritture che enumerano tre giusti al principio del mondo: Abele, Enoc e Seth, tre antenati del genere umano dopo il diluvio: Sem, Cam e Safet, prole di Noè e infine i tre progenitori del popolo eletto: Abramo, Isacco e Giacobbe.
Si vuole che il più giovane dei magi contasse quindici anni, il secondo trenta, e il terzo sessanta e che si chiamassero Gaspare, Melchiorre e Baldassarre.
Che fossero re è da escludere. Il Vangelo non fa alcuna menzione di questa loro presunta regalità. L’idea sembra essersi formata agli inizi del medioevo; essa potrebbe essere nata da una confusione con la loro carica di consiglieri regi.
Quanto ai doni sono diversamente interpretati: per Sant’Ignazio d’ Antiochia i magi recano la mirra dovendo Cristo m
orire per il genere umano ed essere sepolto; l’oro essendo Egli re il cui regno non ha fine; incenso perché Egli è Dio e si è manifestato a coloro che lo cercano. L’oro rappresenterebbe dunque il riconoscimento della regalità, l’incenso la divinità del Cristo e la mirra, sostanza aromatica vegetale, usata nelle mummificazioni invece il valore salvifico del Figlio di Dio, sia come grande medico che può vincere la morte sia in senso ultraterreno come capace di portare alla salvezza spirituale.
I re magi furono considerati dalla tradizione come i rappresentanti delle tre razze umane e delle tre età dell’uomo.
Nell’arte cristiana dopo il XII secolo Melchiorre canuto con una barba lunga, vestito di verde, simboleggia la vecchiaia, rappresenta le razze bianche e reca la mirra; Gaspare, fulvo, simboleggia la giovinezza, la discendenza delle razze asiatiche, offre l’incenso in un ciborio ed è vestito di blu; Baldassarre, infine, con una barba folta simboleggia l’età matura, le razze africane, è vestito di rosso e reca un’ urna con l’oro .
La lavandaia è uno dei personaggi più caratteristici della tradizione presepiale perché testimone del parto verginale di Maria, essa deriva da sacre rappresentazioni medievali dell’iconografia orientale e da tradizioni cristiane extraliturgiche. Le levatrici (lavandaie) dopo aver lavato il Bambino, vero uomo, vero Dio, stendono ad asciugare i panni del parto il cui candore è suggestivo per un confronto con la verginità di Maria.
La zingara: personaggio profetico collegato con le sibille profetesse che nelle sacre rappresentazioni medievali assumevano ruolo primario. Essa è capace di predire il futuro, la sua presenza è simbolo del dramma di Cristo poiché porta con sé un cesto di arnesi di ferro, metallo usato per forgiare i chiodi della crocifissione. Inoltre la zingara con il bambino in braccio può essere correlata alla fuga in Egitto di Maria che era lei stessa zingara in un paese straniero.
Il pescatore è simbolicamente pescatore di anime. Il pesce fu il primo simbolo dei cristiani perseguitati perché acronimo di Iesus Kristhòs Theou Yiòs Soter (ikthys): Gesù Cristo Figlio di Dio e Salvatore.
Gli angeli fanno corona alla grotta di Gesù Bambino, quello centrale recante il cartiglio in cui si legge “ Gloria in excelsis Deo”, è detto a gloria del Padre, quello alla sua destra con l’incensiere tra le mani viene denominato la gloria del Figlio, infine l’angelo detto la gloria dello Spirito Santo è raffigurato in atto di suonare una tromba e simboleggia il soffio divino della terza persona della Santissima Trinità.
Una volta il colore degli abiti dei tre angeli obbediva ad uno schema canonico fissato dalla tradizione. L’angelo centrale indossava una veste gialla e dorata; quello di sinistra (il Figlio) una bianca, e quello raffigurante la gloria dello Spirito una rossa.
Soprattutto nel presepe napoletano una figura in diretto rapporto con gli angeli dell’annunzio è Benino o Benito che corrisponde al bolognese dormiglione: il pastorello raffigurato in atto di dormire. Collocato sul punto più alto del presepe simboleggia il viaggio compiuto con gli occhi della fede verso la grotta dove si dischiude il mistero del Dio incarnato. Una volta arrivato alla grotta il pastore si può identificare con quello della meraviglia che nella tradizione bolognese è figura femminile che agita le braccia. questo personaggio accecato dalla luce della rivelazione non trova parole per esprimerla se non con la mimica facciale della gioia e della meraviglia.
I personaggi che tradizionalmente esprimono la figura della morte sono: il mugnaio (la farina e l’imbiancamento sono simboli di morte); gli orientali (in conseguenza al loro viso scuro); l’uomo nella scala che raccoglie i fichi (simbologia della morte in diverse aree folcloristiche); i questuanti, i poveri, i mendicanti, che nel folclore sono considerati vicari dei morti perché privati della possibilità di bere e di mangiare. Il ruolo sostitutivo dei mendicanti nei confronti dei defunti a Napoli è esplicitato dalla lamentosa richiesta che questi ripetono: «fate bene alle anime del purgatorio».
Tra i tanti personaggi del presepe sono presenti anche dei soldati solitamente armati e abbigliati nella classica maniera romana, costituiscono la guardia della fortezza di re Erode, inserita in un angolo dl presepio per ricordare la strage degli innocenti. Essa raffigurata nel contesto dei presepi napoletani, oltre che riferirsi all’episodio evangelico, simboleggia anche lo smembramento dell’anno trascorso ( non a caso secondo la tradizione campana i bambini fatti uccidere da Erode sarebbero stati dodici o trecentosessanta).
Tra le altre figure del presepe ritroviamo quella del « verdummaro», del vinaio, del macellaio, del fruttivendolo, del venditore di castagne, del panettiere, dell’arrotino, del venditore di ricotta e formaggi, del salumiere, del macellaio, del pescivendolo, del venditore di uova. Questi mettono in relazione la loro attività lavorativa col periodo calendariale in cui esse si svolgono, è possibile interpretare quei personaggi come personificazione dei mesi:


Gennaio: macellaio o salumiere
Febbraio: venditore di ricotta formaggio
Marzo: pollivendolo e venditore di uccelli
Aprile: venditore di uova
Maggio: coppia di sposi con sesto di ciliegie e frutta
Giugno: panettiere o farinaro
Luglio: venditore di pomodori
Agosto: venditore di cocomeri
Settembre: venditore di fichi o seminatore
Ottobre: vinaio o cacciatore
Novembre: venditore di castagne;
Dicembre: pescivendolo o pescatore.


I due compari o giocatori di carte nella tradizione napoletana «zi Vincenzo e zi Pascale» sono la personificazione del Carnevale e della morte, al quale si attribuiscono poteri profetici e gli si chiedevano pronostici per il gioco del lotto. C’è da aggiungere che i due compari soprannominati comunemente «i San Giovanni» si riferiscono ai due solstizi quello del 24 dicembre e quello del 24 giugno .
L’asino e il bue: tanto il bue che l’asino sono estranei ai testi canonici, ma la loro presenza denuncia un valore simbolico cui sono stati attribuiti vari significati originati da un’antichissima tradizione basata sul profeta Isaia (Is 1,3) dell’antico testamento e ripreso dall’apocrifo Pseudo Matteo.
Il bue sarebbe il simbolo dell’umiltà, l’asino della costanza. Origene fa dei due animali i simboli del giudeo e del gentile anche in altri passi patristici il bue e l’asino sono considerati presenti alla nascita di Cristo in modo simbolico e mistico .
Tra le figurine presepiali caratteristiche della tradizione siciliana abbiamo «zu Innaru» (zio Gennaro) che rappresenta un vecchietto che si riscalda di fronte ad un fuoco acceso e con il quale secondo alcuni riscalda anche il bambinello; «Sbaundato ra stidda» che guarda per primo in lontananza la stella cometa; il «Padre Eterno», cioè un vecchio canuto che ha sul capo un triangolo e sulla veste una colomba con le ali aperte, a rappresentare la Trinità.
Al presepe pugliese appartengono il gruppo che suona la «pizzica» e la donna corpulenta che la balla, il pastorello coperto solo da una pelle di pecora, la vergine che reca due colombe per il brodo alla Madonna. Inoltre San Martino bambino o il «custode della stalla» inginocchiato in adorazione davanti alla grotta con in mano solo un ciuffo di paglia da offrire a Gesù, rubata al suo padrone; si salva dall’ira di costui, accorso per punirlo, solo perché la scia di paglia, perduta durante il tragitto verso la grotta, si tramuta miracolosamente nella Via Lattea.
Nella tradizione napoletana il vinaio e Cicci Bacco, che rappresentano il passaggio tra le antiche divinità pagane, simboleggiate dalla figura di Cicci Bacco, il dio del vino, che si presenta spesso davanti alla cantina con un fiasco in mano e contrapposto a questo il vino e il pane, doni con i quali Gesù istituisce l’Eucarestia.
Il monaco viene letto in chiave dissacrante come simbolo dell’unione tra sacro e profano che si realizza nel presepe napoletano.
Stefania giovane vergine che quando nacque Gesù s’incamminò per andarlo ad adorare ma bloccata dagli angeli che vietavano alle donne non sposate di visitare la Madonna, Stefania prese una pietra l’avvolse in fasce, si finse madre e riuscì ad arrivare al cospetto di Gesù il giorno successivo. Alla presenza del Salvatore si compì il miracolo: la pietra starnutì e divenne bambino Stefano il cui compleanno si festeggia il 26 Dicembre.
Di fronte a questa ricchezza di simboli bisogna constatare che oggi purtroppo sono scadute le motivazioni profonde della rappresentazione il carattere dei personaggi appare notevolmente desacralizzato e svuotato di contenuto .


CAPITOLO 4
IL PRESEPE NELLA TRADIZIONE CRISTIANA

 

In tante famiglie, seguendo una bella e consolidata tradizione, subito dopo la festa dell’Immacolata si inizia ad allestire il Presepe, quasi per rivivere insieme a Maria quei giorni pieni di trepidazione che precedettero la nascita di Gesù. Costruire il Presepe in casa può rivelarsi un modo semplice, ma efficace di presentare la fede per trasmetterla ai propri figli.
Il Presepe ci aiuta a contemplare il mistero dell’amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta di Betlemme. San Francesco d’Assisi fu così preso dal mistero dell’Incarnazione che volle riproporlo a Greccio nel Presepe vivente, divenendo il tal modo iniziatore di una lunga tradizione popolare che ancor oggi conserva il suo valore per l’evangelizzazione.
Il Presepe può infatti aiutarci a capire il segreto del vero Natale, perché parla dell’umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale «da ricco che era, si è fatto povero» (2 Cor 8,9) per noi. La sua povertà arricchisce chi l’abbraccia e il Natale reca gioia e pace a coloro che, come i pastori a Betlemme, accolgono le parole dell’angelo: «Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2,12). Questo rimane il segno, anche per noi, uomini e donne del Duemila .
La natività avviene in piena notte, ed anche questo buio è attore della sacra rappresentazione. La notte di Betlemme raffigura le tenebre dell’idolatria e del peccato che avvolgono il mondo al momento della nascita del Redentore: «spunta la gloria del Signore, mentre le tenebre avvolgono la terra e l’oscurità si stende sui popoli», aveva profetizzato Isaia (Is 60,1). Infatti, è proprio al momento più culminante della notte, nell’ora più tenebrosa della storia che nasce quel sole di giustizia destinato ad annientare il peccato. Inoltre, la notte rappresenta l’origine primordiale e misteriosa del creato, il “vuoto” che viene riempito dalla potenza di Dio all’atto della creazione.
Un altro elemento inanimato del presepio è la grotta. Già da secoli la grotta era il luogo purificatore in cui si ritiravano i profeti per prepararsi alla loro missione; era il centro da cui partivano le grandi opere di riforma del popolo ebraico. Ma questa grotta di Betlemme appare vasta come il mondo, perché ospita i rappresentanti di ogni natura creata da quella inanimata fino all’uomo e agli angeli che rendono omaggio al loro Creatore fattosi visibile. Immagine dell’austerità e della povertà, essa accoglie umilmente colui che è stato già rifiutato, prima ancora di nascere, dai suoi stessi sudditi. Se in ebraico Betlemme significa “casa del pane”, è perché proprio questo luogo era predestinato a donare agli uomini il Pane vivo disceso dal cielo; la grotta del presepio è, per così dire, il forno in cui è stato preparato questo divino Pane di salvezza che oggi riceviamo nella Santa Eucarestia; gli stessi Padri della Chiesa ci descrivono la grotta come immagine del sacro grembo di Maria che ha generato questo Pane.
Entriamo ora nella grotta ed osserviamo i personaggi del mondo animale che sono presenti. Accanto al Bambin Gesù, in atteggiamento riverente, vediamo due bestie: un bue ed un asino.
Il bue, immagine di forza, calma e bontà, raffigura la potenza dell’obbedienza che si realizza nel lavoro e nel sacrificio; raffigura quegli apostoli che preparano la strada ai trionfi futuri della Fede. Simbolo del popolo eletto, docilmente sottomesso al giogo dell’antica Legge, è immagine della potestà sacerdotale del Messia.
L’asino, invece, simbolo di sapienza, è l’animale che servirà da cavalcatura regale e pacifica a Gesù nel momento del suo ingresso trionfale in Gerusalemme, come aveva profetizzato Zaccaria (Zc 9,9). Esso rappresenta il popolo cristiano che si converte alla vera Sapienza e si sottomette alla nuova Legge.
Se il bue rappresenta la potestà sacerdotale, allora l’asino rappresenta quella regale di Cristo.
Davanti alla grotta vediamo sostare con devozione e rispetto i pastori chiamati dall’Angelo. Personaggio nomade per eccellenza che vive in continuo pellegrinaggio ed esilio, senza mettere radici nei luoghi per cui passa, il pastore ci appare quindi staccato dalle cose terrene e ne usa solo per vivere austeramente. Per questo i pastori di Betlemme sono immagine della Chiesa pellegrina che, guidata dalla stella della Redenzione, si dirige verso il suo Salvatore.
Ma ecco che la piccola folla dei pastori si fa rispettosamente da parte per lasciare passare degli illustri pellegrini che entrano nella grotta: sono i tre Re magi venuti dal lontano Oriente. Sono i patriarchi dell’umanità convertita. Nelle loro auguste persone l’antica scienza ed il potere politico rendono omaggio all’Atteso dalle genti, si inchinano al Re dei Re e Signore dei dominatori (Ap. 19,16). Essi sono quindi i precursori dei numerosi e santi Re cattolici che convertiranno i loro popoli alla sola vera Fede ed estenderanno il dominio regale di Cristo su tutta la terra.
Questi Re magi sono però anche immagine della ragione che si prostra dinnanzi alla Fede offrendole il suo sacrificio e tributo. Che spirito di pronta obbedienza e di cieca fiducia dimostra il loro gesto di abbandonare senza rimpianti la loro terra per seguire la stella e cercare il Redentore! Essi hanno dato prova di essere insieme grandi e semplici, potenti ed umili, di saper comandare ed obbedire. La loro generosità si manifesta nei ricchi doni che recano al Divino Infante oro, incenso e mirra, e ciascuna di queste offerte ha un preciso significato simbolico.
L’oro, col suo splendore e la sua incorruttibilità e duttilità, rappresenta la Carità, lo splendore della giustizia e quindi il sacro potere dei Re: esso infatti rende omaggio alla regalità di Cristo e riconosce il suo potere sui popoli e sulle nazioni.
L’incenso, aroma offerto alle divinità, simboleggia ovviamente la virtù della Fede e lo spirito di adorazione tributati al Divino Infante. Esso quindi rende omaggio alla nascosta divinità di Gesù.
La mirra, infine, erba amara che veniva usata per seppellire i morti, rende omaggio all’umanità di Gesù, destinata ad essere consumata senza risparmio sulla Croce. Essa simboleggia il sacrificio penitenziale dovuto a Dio in espiazione delle colpe e l’obbedienza senza riserve ai decreti della Provvidenza.
I prodigi della natività di Betlemme, tuttavia, non sembra abbiano provocato intorno alla figura di Gesù un movimento generale di attenzione e conversione. Il loro ricordo sembra essersi ben presto perduto, perfino in quella città così privilegiata dalla Provvidenza. Ma in quel tempo almeno un’anima, quella immacolata e sapienziale di Maria, «meditava nel suo cuore» questi augusti misteri forieri di così enormi conseguenze (Lc 2,19).
Intanto i pastori della sacra grotta andavano diffondendo la buona novella fra gli Ebrei, e i Re magi fra i pagani, in attesa che il Redentore sorgesse come «luce per illuminare le nazioni» (Lc 21,32) .

 

CAPITOLO 5
UN PRESEPE VIVENTE INNOVATIVO?


5.1 IL PRESEPE VIVENTE DI TERMINI IMERESE

Per realizzare la propria missione evangelizzatrice la Chiesa non può prescindere dall’azione apostolica dei fedeli laici che insieme ai loro pastori costituiscono il Popolo di Dio vocato alla missione . Oggi, in particolare, il prioritario compito della nuova evangelizzazione, che investe l'intero popolo di Dio, richiede, insieme allo « speciale protagonismo » dei sacerdoti, anche il pieno ricupero della coscienza dell'indole secolare della missione del laico .
Questa impresa spalanca ai fedeli laici gli orizzonti immensi, alcuni dei quali ancora da esplorare, dell'impegno nel secolo, nel mondo della cultura, dell'arte e dello spettacolo, della ricerca scientifica, del lavoro, dei mezzi di comunicazione, della politica, dell'economia, ecc. e chiede loro la genialità di creare sempre più efficaci modalità affinché questi ambiti trovino in Gesù Cristo la pienezza del loro significato .
Il presepe vivente che dal 2007 si realizza a Termini Imerese e che coinvolge i Giovani Cattolici dei gruppi ecclesiali con la collaborazione delle comunità parrocchiali e religiose, risponde alle istanze di nuova evangelizzazione promossa dal Concilio Vaticano II.

 

5.1.1 Caratteristiche salienti e peculiari
I principali aspetti che hanno caratterizzato la Sacra Rappresentazione itinerante del Presepe sono stati:
1. Storico-Religioso.
Il fondamento dei testi e delle scene rappresentate sono stati i Vangeli dell’infanzia e gli episodi che precedono la nascita di Gesù a Betlemme. Si è cercato di curare fedelmente da un lato i testi che corrispondono ai dialoghi e ai racconti presenti nel Vangelo, dall’altro si è cercato di riprodurre le scenografie, le suppellettili, gli strumenti di lavoro, le abitudini, tutti gli aspetti della vita quotidiana della Palestina di 2000 anni fa.
2. Missionario.
Fin dal principio si è sentita l’esigenza di recuperare il senso del Natale e del Presepe per una nuova “evangelizzazione”.
In particolare la presenza di guide-discepoli che introducono le varie scene e gli episodi evangelici rappresentati, ha permesso al visitatore una migliore comprensione della scena: la riflessione e l’attualizzazione proposti favoriscono la meditazione del Mistero dell’Incarnazione.
Inoltre l’Adorazione Eucaristica conclude il percorso e diventa occasione per cogliere il senso più profondo tra la venuta di Gesù nel presepe e quello sacramentale sull’altare eucaristico.
3. Artistico.
La location scelta come percorso del presepe vivente permette il recupero e la valorizzazione di aeree e monumenti del centro storico difficilmente fruite durante l’intero arco dell’anno.
4. Sociale.
Il presepe offre l’opportunità di aggregazione e di condivisione tra tutti i partecipanti. Luogo di incontro e di confronto che ha fatto crescere la consapevolezza di essere un’unica comunità ecclesiale cittadina.
In qualsiasi circostanza nella quale si incontrano, “i laici cooperano all'opera evangelizzatrice della Chiesa partecipando insieme come testimoni e come vivi strumenti” , soprattutto in quelle circostanze nelle quali il Vangelo può essere annunciato attraverso il loro lavoro e la loro presenza.
Altro scopo è la raccolta di offerte libere da parte dei visitatori che vengono destinate per opere di beneficenza.


5.1.2 Presupposti e motivazioni
L’esigenza di realizzare, nel periodo natalizio, una manifestazione di forte richiamo sia religioso che storico-culturale è stata all’origine del presepe vivente di Termini Imerese; si voleva dare risalto nella rappresentazione del presepe alla sacralità e religiosità che le è propria e che a volte sembra poco valorizzata nei vari allestimenti dei presepi viventi.
Infatti il presepe costituisce una familiare e quanto mai espressiva rappresentazione del Natale. E’ un elemento della nostra cultura e dell’arte, ma soprattutto un segno di fede in Dio, che a Betlemme è venuto ad abitare in mezzo a noi.
Il compito di coordinare il lavoro di progettazione e di realizzazione in tutte le sue parti (scenografia, costumi, illuminazione, audio, fotografia, dialoghi, musiche, coreografie, logistica, pubblicizzazione, layout grafici, etc.) è stato svolto da un Comitato organizzatore del Presepe Vivente, con i delegati delle realtà ecclesiali composte da sei parrocchie e due fraternità francescane, aperto ad accogliere eventuali altri rappresentanti di gruppi o associazioni.
All’uopo, sono state costituite alcune “equipe” con compiti specifici e che hanno consentito un migliore e più proficuo coinvolgimento di tutti i figuranti, le maestranze, i tecnici ed i protagonisti. Nel complesso hanno partecipato alla realizzazione dell’evento, a titolo gratuito, circa 100 volontari nell’edizione 2007, circa 170 nell’edizione del 2008; nell’edizione 2009 circa 270 persone; nell’edizione del 2010 circa 350 persone.

5.1.3 I luoghi storici
L'ingresso del Presepe è stato ubicato in piazza Duomo e la fine del percorso all’interno dell’area antistante la Chiesa dell’Annunziata.
I luoghi della rappresentazione sono stati scelti all’interno del centro storico, con particolare attenzione ai luoghi più suggestivi e ricchi di storia.
Piazza Duomo
Il pianoro della matrice è la parte più antica della città e costituisce il nucleo originario dell’insediamento urbano dal V° secolo a.C. ad oggi in questo luogo si sono sedimentati quasi 2500 anni di storia della città con la presenza degli edifici più rappresentativi: prima l’agorà di epoca ellenistica, poi il foro di epoca romana, poi il castello medievale, quindi in epoche più recenti, il palazzo del magistrato, il duomo, il museo.
Chiesa di San Giacomo
La chiesa le cui origini si fanno risalire all’epoca paleocristiana (IV o al V secolo), fu cattedrale e sede dell'antico vescovado fino a quando, con il nuovo ordinamento territoriale voluto da Ruggero II, la sede vescovile venne trasferita a Cefalù .
Secondo lo storico Solito la chiesa sarebbe stata consacrata dal pontefice Innocenzo III, tutore di Federico II, fermatosi a Termini nel suo viaggio di ritorno da Palermo verso Roma. L'autore lo deduce dal fatto che durante i lavori di riposizionamento, sotto l'altare furono rinvenute due chiavi pontificie, una sopra l'altra, a modo di croce .
Chiesa dell’Annunziata
La chiesa, chiusa per diversi anni, soffre di uno stato di degrado. Le opere che un tempo l'adornavano, come le tele di Vincenzo la Barbera o i dipinti riconducibili alla scuola di Novelli sono state trasportate al Duomo. All'interno è rimasto, in una suggestiva ambientazione all'interno di una grotta artificiale a destra del transetto, un gruppo marmoreo che raffigura la Sacra Famiglia. Si tratta di sculture del palermitano Andrea Mancino (Madonna con il bambino, 1494) e del carrarese Francesco Li Mastri (S. Giuseppe, 1515). Viene considerata la prima opera presepiale siciliana.


Scalinata monumentale di Via Roma
Realizzata dopo il 1860 rappresenta uno dei primi esempi significativi di decorazione urbana della città. Per secoli infatti, gli spazi pubblici erano privi di pavimentazione stabile e spesso si presentavano in terra battuta o in pietrame informe.
La scalinata ha un’ampia carreggiata composta da una sede centrale che mostra un disegno a ventaglio la cui composizione, allestita con ciottoli di mare e basale, è impreziosita dall’alternanza cromatica dei vari settori: ciotoli bianchi si avvicendano a quelli grigi .

5.1.4 Il percorso
La riproduzione di un antico portale romano attraverso il quale i visitatori, divisi in gruppi costituiti da circa cento persone ciascuno, cominciano il loro percorso, rende ancora più evidente l’intenzione di volere percorrere un viaggio nel tempo della Palestina di 2000 anni fa.
Le scene che compongono il presepe sono dodici e ciascuna vede la partecipazione

diretta e attiva del pubblico, che diventa parte integrante della scena stessa e ne completa il contesto.


5.1.5 Le scene
1 a Scena: la grotta della resurrezione
Attraversando il portale, i visitatori si ritrovano in una riproduzione a dimensione naturale di una grotta realizzata in cartapesta grazie al coinvolgimento di maestranze locali che lavorano e operano durante il famoso carnevale termitano.
I discepoli introducono il visitatore a compiere il pellegrinaggio che li porterà dalla grotta della resurrezione alla grotta dell’incarnazione, lungo la riscoperta degli eventi che hanno preceduto la nascita di Gesù.
La scelta della scena della Resurrezione all’inizio di un presepe vivente può apparentemente disorientare il visitatore, ma è solo nell’unione dei due misteri che si comprende la vicenda umana di Gesù che svela il progetto d’amore di Dio per l’uomo.
Questo messaggio è visivamente espresso nella icona della Natività di Rublev dove il bimbo è simbolicamente avvolto in bende mortuarie e posto nella mangiatoia-sepolcro all’interno della caverna buia: il luogo e il modo in cui è deposto è simbolismo del sepolcro in cui un giorno entrerà per portare a compimento su questa terra l'amore per l'umanità.
I discepoli hanno un ruolo fondamentale perché avendo “partecipato” al cammino terreno di Cristo diventano i testimoni e narratori che accompagnano i pellegrini lungo il percorso introducendo le varie scene.

 

2 a scena: Annunciazione a Maria e Giuseppe
Dopo aver incontrato i discepoli, il gruppo raggiunge piazza Benincasa dove è allestita la seconda scena. Il discepolo che guida il gruppo spiega cosa sta per essere rappresentato, poi una voce narrante fuori scena racconta come l’angelo annuncia a Maria l’evento che sta per cambiare la sua vita. Dopo il sì di Maria e il sì di Giuseppe il gruppo viene condotto lungo le strade di Betlemme per passare alla scena successiva.

 

3 a Scena – 4 a Scena: L’accampamento romano e il censimento
Le scene che sono ambientate in piazza Finocchiaro Aprile sono due e rappresentano da un lato l’accampamento romano, con soldati che indossano vere armature di metallo e si allenano tra loro; dall’altro il censimento di Giuseppe e Maria davanti al censore scortato dalle sue guardie e alla presenza del popolo e di altre coppie di Betlemme.

 

5 a Scena – 6 a Scena: Il mercato e gli antichi mestieri della Palestina
Si è cercato di rappresentare durante il percorso “scene” di antichi mestieri, in particolare orientali, per far rivivere l’atmosfera della vita semplice e faticosa della Palestina dei tempi di Gesù, riproponendo la conoscenza di attività scomparse usanze dimenticate e costumi di vita tramontati il tutto incorniciato dall’antico mercato dai sapori e dai colori arabi. I mestieri rappresentati sono: il falegname, il cambiavalute, la spulatura, lo scalpellino, il telaio del tessitore, il frantoio,il vasaio, il pescivendolo, il venditore di tessuti, il macellaio, il fruttivendolo, il venditore di spezie e aromi, i lebbrosi, le attività domestiche.

 

7 a Scena: Il Tempio
Viene rappresentato il momento in cui i bambini, attorno al rabbino, vengono istruiti alle Sacre Scritture all’interno del Tempio. I bambini vengono abituati a memorizzare la Parola di Dio perché possano attingere ad essa durante la loro giornata.

 

8 a Scena: La locanda
La scena successiva è quella della “Locanda” dove Maria e Giuseppe non furono accolti.
Tale scena è realizzata in uno scorcio suggestivo ed altrettanto panoramico del cuore storico della città. Il tavolaccio, le stoviglie in terracotta ed i cibi dell’epoca rievocano le atmosfere della Palestina di oltre 2000 anni fa. I dialoghi della scena sono incentrati sulle speranze umane che nutre il popolo nei confronti di un Messia che dovrà liberarli dal dominio dei romani. Non c’è posto per poterlo riconoscere nel grembo di una giovane donna proveniente da Nazareth.

 

9 a Scena: Il carcere
I visitatori sono ora condotti all’interno delle prigioni dove ingiustamente i profeti vengono torturati: è in questo contesto di disperazione che la venuta del Messia diventa attualizzazione delle antiche profezie:
«Lo spirito del Signore Dio è su di me
perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri» ( Is 61,1).

 

10a Scena: Palazzo di Erode con il ballo delle odalische e l’incontro con i Re magi.
All’interno della suggestiva Chiesa di San Giacomo è messa in scena la visita dei Magi al palazzo di Erode. Circondato da danze, tamburi e cembali il re Erode incontra i Magi ed è turbato dalla notizia dell’imminente nascita del Re dei Giudei. L’apparente ricchezza del suo palazzo non riesce a dargli quella sicurezza e quella serenità che sono tipiche dell’uomo timorato di Dio; la paura che alberga nel suo cuore per la venuta del Messia lo porteranno ad un terribile epilogo: uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù. (Mt 2,16)

 

11 a e 12 a Scena: L’annuncio ai pastori e la grotta della natività

Le ultime scene sono rappresentate tutte dentro il piano antistante la Chiesa dell’Annunziata. In esse sono ambientate l’intervento del profeta che rende attuali le profezie attraverso la denuncia dei mali della società di oggi; la scena dell’annunzio ai pastori che risvegliati dalla voce di un angelo vengono invitati ad adorare un bambino avvolto in fasce in una mangiatoia, il Cristo Signore. Ed essi vanno, preceduti dal suono del flauto di uno dei pastori, insieme a tutto il gruppo dei visitatori ormai pellegrini verso la natività che è ubicata all’interno di un antico arco normanno.
Oltre i pastori anche i re magi vengono per adorare Gesù Bambino offrendo oro, in segno della regalità, incenso, segno della divinità, mirra, per onorare il suo sacrificio.
I pellegrini dopo essere stati invitati a contemplare la sacra famiglia sono infine condotti all’interno della Chiesa dell’Annunziata dove il Verbo incarnato è presente nell’Eucarestia esposta per un breve momento di adorazione: viene inoltre letto un brano del Vangelo a cui segue una breve riflessione e la preghiera del Padre Nostro.
Il presepe vivente diviene quindi eucaristico come era nell’intenzione originale di Francesco d’Assisi a Greccio: il senso profondo della coniugazione tra la venuta di Gesù nel presepe di Betlemme e quella sacramentale sull’altare eucaristico . Del resto Betlemme è proprio la città del pane.
I pellegrini infine, accompagnati da un coro polifonico che canta “a cappella”, si muovono verso l’uscita dopo aver visitato e ammirato il presepe in marmo più antico di Sicilia dello scultore palermitano Andrea Mancino (1484) custodito all’interno della stessa chiesa.
Ad ogni visitatore, come ricordo di questa esperienza, viene dato una immaginetta con una preghiera sul Natale.

 

5.1.6 Testo per la presentazione delle varie scene da parte dei discepoli-guida
Il testo dei discepoli guida di presentazione alle scene del presepe vivente dell’edizione del 2010 è stato pensato per un personaggio maschile (l’apostolo Matteo) o per un personaggio femminile (Maria di Magdala). Di seguito si riporta il testo integrale utilizzato.


1 a Scena: la grotta della resurrezione
Pace a voi! Sono Maria di Magdala, disprezzata un tempo dalla mia gente perché peccatrice.
Gesù mi ha perdonata ed ioda quel momento non mi sono piu’ allontanata da lui.
L’ho sentito parlare ed insegnare tante cose. mi ha parlato di un Dio innamorato di ogni uomo. Mi ha parlato di speranza, a me che ero disperata. Le sue parole mi hanno dato una gioia piena, io che non l’avevo mai sperimentata.
Insieme a Maria sua madre ero lì presso la croce! L’ho visto morire deriso e massacrato!
Il giorno dopo, ero andata al sepolcro e avevo visto che la pietra era stata ribaltata. Un angelo mi ha mandata a riferire ai suoi discepoli e a tutti gli uomini della terra che Gesù è risorto vincendo la morte.
E’ l’inizio della sua storia che voglio raccontarvi; la storia di tutte le storie, la storia del Dio che ha sconfitto la morte e ci ha dato la vita incarnandosi in un bambino.
Tutto ha inizio a Nazareth in Galilea! Andiamo a vedere cose accadde... seguitemi!

Pace a voi, sono Matteo, uno degli apostoli di Gesù, disprezzato un tempo dalla mia gente perché riscuotevo le tasse dei romani e guadagnavo soldi ingiusti … Lo ricordo bene quel giorno; seduto al banco delle imposte, Gesù passò tra la folla: mi guardò e mi disse: seguimi e la mia vita è cambiata!
Da quel giorno sono stato con Lui, ho ascoltato la sua voce e mi ha insegnato cose nuove!
Lui è morto su quella croce e con lui i nostri sogni, le nostre speranze e qualche giorno dopo, mentre eravamo chiusi in quella stanza buia, disperati e tristi è entrata la luce, l’abbiamo rivisto risorto e ci ha ridonato la speranza vera e la gioia piena.

E’ l’inizio della sua storia che voglio raccontarvi, la storia di tutte le storie, la storia dei Dio vincitore sulla morte che ci ha dato la vita incarnandosi in un bambino.
tutto comincio a Nazareth in Galilea, andiamo a vedere cosa successe. Seguitemi!
Il discepolo conduce il gruppo di pellegrini verso la seconda scena.

2 a scena: annunciazione a Maria e Giuseppe
Tutto comincia a Nazaret, una piccola città della Galilea.
In una piccola casa, uguale a tante altre. Ho chiesto tante volte a Maria di raccontarci cosa successe quel giorno: Maria ci raccontò che era già stata promessa in sposa a Giuseppe e che, di certo, non immaginava che di lì a poco un angelo del Signore le avrebbe fatto visita annunciandole qualcosa di grande, un progetto di vita che avrebbe coinvolto lei e tutta l’umanità.
Maria rimane turbata, non capisce perché, tra tutte, il Signore abbia scelto proprio lei. La sua piccola comprensione non riesce a contenere la grandezza di quell’annuncio: l’infinito amore verrà ad abitare nel suo piccolo grembo.
Avrebbe potuto fuggire Maria, opporre il suo rifiuto. Ma Maria conosceva l'amore di Dio e sapeva che non poteva mai essere delusa da Lui. Dice sì alla proposta di Dio e quel sì cambia per sempre le vite dell'umanità intera e la rende madre di Dio.
Madre di Dio. Un giorno Maria sorridendo ci disse: io sono stata madre di Dio nella carne, ma ricordate cosa disse un giorno mio figlio: chi fa la volontà del Padre è mio padre e mia madre, chi fa spazio all’amore e al perdono nella sua vita è padre mio e madre mia.
Per ognuno di noi c’è un sì da dire con gioia, c’è un progetto imprevisto e straordinario, Gesù ti tende la mano e ti dice «vieni e seguimi», farò di te cose meravigliose.

Al termine, il discepolo conduce i pellegrini verso l’accampamento romano.

 

3 a Scena – 4 a Scena: L’accampamento romano e il censimento
E’ il tempo del primo censimento, decretato dall’imperatore Cesare Augusto. Maria, seppur incinta di Gesù, affronta con Giuseppe un lungo viaggio verso Betlemme, dove dovranno registrarsi. in sella ad un asino tra mille pericoli e disagi attraversano i deserti della galilea, della Samaria e della Giudea. Maria non capisce subito il senso di quella fatica. Sembra che Dio li abbia abbandonati nelle mani del volere dell’imperatore che dispone della vita di tutti e sembra padrone della storia. Eppure in questi eventi, tracciati da mano d'uomo, Dio scrive la sua storia.
Gesù sceglie uno strano modo per entrare ufficialmente nel mondo. Cullato nella pancia di Maria passa tra l’umanità in coda e sembra benedirla. come il sale si mischia alle pietanze per darvi sapore, così Gesù si mischia tra la folla e diffonde la sua grazia. E’ come se, dal silenzio del grembo di Maria, chiamasse a raccolta tutto il mondo: venite a me voi che siete affaticati ed oppressi ed io vi ristorerò.
Quando in seguito non capimmo il senso della morte di Gesù, Maria fu l’unica a non temere. Sotto la croce dove suo figlio massacrato stava morendo forse si ricordò anche di quel viaggio a dorso di un asino e ci disse : non temete Dio è qui, in questo dolore che mi spacca l’anima in queste lacrime, non temete capiremo in seguito il senso di tutta questa sofferenza.
Quando rivide suo figlio risorto finalmente capì: la morte era stata sconfitta per sempre, nessun dolore ci avrebbe più allontanati da Dio, niente ci avrebbe più separati dal suo amore per noi.
Al termine della scena, il discepolo raduna il gruppo e dice:
Adesso passeremo tra gli artigiani e il mercato di Betlemme, seguitemi.

 

7 a Scena: Il Tempio
E’ il tempo dello Shemà, dell'ascolto. Il rabbino insegna ai bambini la Parola, perché da grandi ricordino le parole di Dio e sappiano riconoscere i segni del suo amore.
Al termine della scena, il discepolo invita il gruppo a seguirlo verso la locanda.

8 a Scena: La locanda
Era una notte fredda, Maria mi si avvicinò e disse che quel freddo le ricordava la notte in cui, insieme a Giuseppe, era arrivata a Betlemme. Una moltitudine di gente era accorsa per il censimento. Le locande erano piene e per loro non c’era posto.
Mentre parlava i suoi occhi si riempirono di lacrime: lei che era stata chiamata piena di grazia, benedetta tra tutte le donne, in cuor suo si aspettava che questa straordinaria storia continuasse ed invece quella notte provò il rifiuto da parte degli uomini per lei e per Gesù che portava in grembo. Gesù non accolto, proprio lui che non ha giudicato mai l’uomo, ma lo ha accolto sempre, senza riserve, spingendolo con la forza del suo amore a cambiare vita.
Fratelli quante volte noi discepoli abbiamo creduto di poter giudicare gli altri e quante volte con il suo amore, seduto a tavola con le prostitute ed i pubblicani , ci ha ricordato il senso di quella frase: sono venuto per non per curare i sani, ma i malati.
Al termine della scena il discepolo prende la parola:
A pochi passi da qui sta accadendo qualcosa. all’orecchio di un re giunge una notizia inaspettata. Andiamo verso il regno del crudele re Erode.

10a Scena: Palazzo di Erode con il ballo delle odalische e l’incontro con i Re magi.
Siamo entrati nel regno di Erode, un regno dove gli innocenti che cercano giustizia vengono incarcerati e umiliati.
Ma se l’uomo non sa fare giustizia, Dio non dimentica il grido dei suoi figli, diceva Gesù «beati gli afflitti perché saranno consolati».
Erode è un uomo potente ed è amico del potentissimo imperatore Augusto; dal suo palazzo di pietra dispone della vita e della morte dei suoi sudditi, è circondato da cortigiani e concubine. Ama stare tra i banchetti e le danze. Si sente ed è un uomo invincibile e potente.
Eppure ha paura; ama tanto la sensazione del comando che non ne può fare a meno, farebbe di tutto per non perdere il potere; ha fatto uccidere i suoi familiari per paura di un tradimento. Confida solo nella sua ricchezza ed ha il terrore di perderla.
Quando gli giunge notizia che la profezia della nascita di un salvatore si sta avverando , egli vede in quel bambino solo un nemico da contrastare. Una nuova minaccia per il suo regno. Se solo sapesse che Gesù è nato anche per lui, se solo intuisse che quel bambino che ordinerà di uccidere è l’unico in grado di liberarlo dalla paura che lo affligge!
Al termine, il discepolo conduce tutti davanti alla Chiesa dell’Annunziata.

 

11 a e 12 a Scena. L’annuncio ai pastori e la grotta della natività
Con quale serenità e grande gioia, Maria mi raccontò della nascita di Gesù in un’umile grotta.
Una di quelle sopra Betlemme, in cui i fuggiaschi e gli esiliati si rifugiavano per dormire. Quanto imperscrutabili sono le vie di Dio!
Lì, in una grotta, tra gli esclusi e i non amati viene al mondo il figlio di Dio per portare luce agli uomini perché nessuno possa essere tanto solo da sentirsi escluso e non amato; lì, su una croce, tra i malfattori, i ladri, i non amati, il figlio di Dio muore per dare salvezza al mondo intero senza escludere nessuno.
Gesù è venuto tra noi e ha patito con noi gli stessi dolori di ogni giorno per darci la sicurezza che Dio ci ama in qualsiasi situazione noi ci troviamo: nella gioia, nella delusione, nella sofferenza.
Quando nella mia vita c’era buio, egli è venuto a portare luce; quando pensavo che i miei peccati erano un ostacolo all’incontro con Dio, lui mi ha mostrato il suo volto misericordioso.
Il discepolo guida togliendosi il copricapo simbolicamente si spoglia dei panni del discepolo indossati fino ad ora e parla da uomo cristiano di oggi dicendo: Fratello se pensi che nella tua vita c'è un posto buio, una situazione dove Dio non può entrare, sappi che proprio lì, oggi, adesso il Signore sta nascendo per aiutarti a portare la croce e per condurti verso la salvezza. E’ il Dio risorto che oggi nasce in questa grotta, è il Dio che ha sconfitto la morte che proprio stasera ci ha chiamati a sé.
Forse lo abbiamo ignorato, o lo facciamo ancora. forse pensiamo che le parole che abbiamo ascoltato non contino nulla, e che quel bambino nella grotta o quell’uomo sulla croce non abbia niente a che fare con la nostra vita.
Ma se siamo qui è perché Dio vuole incontrarci, e non aspetta altro che il nostro sì. E allora svegliamoci dal sonno, e andiamo incontro al Salvatore.
Non ignoratelo come i locandieri, non abbiate paura come Erode, ma accoglietelo nel vostro cuore come ha fatto Maria, Matteo, Maria di Magdala.. come hanno fatto gli altri discepoli e tutti quegli uomini che hanno pronunziato il loro «Eccomi».
Non temete: Gesù è nato adesso per ognuno di voi. Spalancate le porte a Cristo e la luce del mondo guiderà i vostri passi. Buon Natale!


5.1.7 I numeri della Rappresentazione
Forse non c’è nulla che come i numeri possano descrivere al meglio la messa in moto della macchina organizzativa della quarta edizione del Presepe Vivente. Ne citiamo alcuni che, sicuramente, possono descrivere il movimento che da questa iniziativa è nato e che ha realizzato l’edizione 2010 dell’evento:
• più di 40 personaggi impegnati nella messa in scena della manifestazione;
• oltre 30 persone che stanno collaborando alla realizzazione «fisica» della scenografia;
• 1200 mq di area impiegata;
• 60 giorni di lavoro;
• 30 persone nello staff per l’organizzazione e la costruzione;
• 250 figuranti;
• 12 scene;
• 10 postazioni autonome audio-luci;
• oltre 350 m di percorso;
• Circa 50 rotoloni di paglia sparsi per tutto il percorso realizzato;
• Centinaia e centinaia di metri di legname stoffe e corde impiegati per le scenografie e lungo il percorso;
• più di 25 postazioni complessivamente realizzate attraverso le quali si «fotografano» momenti di vita della Palestina di oltre 2000 anni fa;
• circa 15000 visitatori nell’edizione del 2010;
• l’attivazione del sito ufficiale del presepe (www.presepetermini.it) con più di 5000 visitatori;
• circa 500 videoriproduzioni in formato dvd della rappresentazione distribuiti ai partecipanti e a coloro che ne hanno fatto richiesta. Il dvd (in allegato alla Tesi) rappresenta uno strumento che ha permesso una più ampia diffusione e conoscenza della manifestazione.

 


CAPITOLO 6
CONSIDERAZIONI PERSONALI

 

Piccolo o grande, semplice o elaborato, il presepe costituisce una familiare e quanto mai espressiva rappresentazione del Natale. È un elemento della nostra cultura e dell’arte, ma soprattutto un segno di fede in Dio, che a Betlemme è venuto «ad abitare in mezzo a noi».
Per appagare la sua sete di Assoluto, per immaginare la meravigliosa «Notte Santa», che ogni cristiano sente il desiderio di rievocare, attraverso la costruzione di un presepe realizzato a modo proprio, quell’evento così decisivo e significativo per l’Umanità.
Forse, esso rappresenta il desiderio di sentirsi puri come Gesù, o, ancora, un bisogno catartico di rinnovamento interiore che ci faccia realizzare un mondo di bontà, di serenità e di fratellanza universale, privo di ogni forma di odio e di prevaricazione, che ci faccia, cioè, essere migliori, altrimenti il sacrificio di Dio sarebbe stato inutile.
Il presepe è, quindi, un momento di concretizzazione del divino che è in noi, di quella gioia e di quello stupore che l’umanità tanto tempo fa ha provato ed ancora oggi prova di fronte all’avvenimento straordinario dell’incarnazione del Verbo di Dio.
Il presepe, che si richiama ad un evento storicamente avvenuto, con la sua rievocazione, ci fa riflettere sulla nascita di Gesù, sul Suo essersi incarnato per noi, sacrificato per la nostra salvezza, per esaltare l’uguaglianza e per capovolgere le ingiustizie sociali.
Accostarsi ad un presepe risveglia in noi, non tanto la bellezza, l’ammirazione per la preziosità dei materiali e per l’ingegno di colui che lo ha realizzato, ma principalmente lo stupore per la vita nascente e l’interrogativo: ma si può essere ancora oggi felici, in tempi di crisi, di disumanizzazione dell’uomo, di perdita di valori?
Il presepe per un cristiano diventa, allora, invito alla memoria, espressione della commozione, dello stupore davanti ad un mistero quasi impossibile a comprendersi: Dio «si abbassa» verso la vita dell’uomo e ne sceglie le fragilità. Sì, questa raffigurazione artistica favorisce la fede e ci aiuta a riflettere: insegna la via della kenosi e dell’umiltà di Dio e della Sacra Famiglia: modello di ogni famiglia umana e specialmente cristiana.
Il presepe, allestito nelle nostre case con dedizione verso il Bambino Gesù, è un punto di incontro per tutti i membri della famiglia, che si soffermano a guardarlo, a formulare una preghiera, a riflettere su quel Mistero Divino in esso racchiuso, a ricordare l’esempio lasciato da quella «Sacra Famiglia», in cui regnava l’amore,la comprensione ed il rispetto.
Proprio oggi, in cui la famiglia ed i suoi componenti sono abbagliati da falsi valori, quali l’egoismo ed il relativismo, il presepe è un faro luminoso che indica, alle giovani generazioni, i sani e giusti ideali da perseguire attraverso l’unità familiare, in cui il padre e la madre devono essere un incorruttibile esempio per i propri figli.
E’ importantissimo che i giovani sentano il calore della famiglia, che è il primo e principale nucleo sociale, il quale deve essere sano, affinché la società possa risultare giusta ed equilibrata. Il presepe, perciò, oltre che una rappresentazione sacra della Natività, è un punto di riferimento per le famiglie cattoliche dell’intero mondo.
Guardare la grotta o la capanna che ospita le statuine della Sacra Famiglia è per noi un’esortazione a leggere tra le righe a volta storte della nostra vita la presenza di Dio che si incarna in situazioni ed eventi apparentemente difficili da comprendere.
«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, perché ricevessimo l'adozione a figli» (Gal 4,4-7): è questo il regalo più grande che Dio ci fa a «Natale».
Ecco allora che il presepe ci ricorda una via nuova della vita, il retto modo di intendere la nostra esistenza, in qualunque età ci si trovi, in qualunque stato ci si trovi; il presepe ci ricorda ancora, che la vita è sempre importante e da rispettare, da educare ai valori autenticamente umani, da proteggere, specialmente quella più debole ed indifesa. .
«Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'albergo» (Lc 2, 7).
Dunque l’arte ci aiuta a ricordare, non solo un fatto del passato, ma un fatto del presente: Dio vuole rinascere nei nostri cuori, nelle nostre vite, nelle nostre case.
Dio si è scelto una famiglia, una terra, ha scelto la concretezza, non il mondo delle illusioni e delle utopie, ma la reale via della salvezza per ciascuno di noi; Lui che nascendo già aveva scelto di morire per noi e che morendo avrebbe scelto di rinascere per noi.
Il presepe vivente di Termini Imerese vuole essere l’occasione per accostarci e guardare dentro la storia del Natale.
Il viaggio fantastico intrapreso dai pellegrini diviene momento di riflessione e di riscoperta del fondamento della fede in Gesù che s’incarna ma che anche risorge, che non è accolto nella locanda, ma che è accettato da Maria e da Giuseppe, che non è riconosciuto da Erode ma lo è dai pastori e dagli ultimi della storia.
Nel cammino intrapreso dal visitatore l’illusione di vedere soltanto l’allestimento di scene interessanti si disintegra alla luce della Parola di Dio e nella visione del Dio Eucarestia che è il modo in cui Dio si comunica all’uomo e fa comunione con lui: piccolo, nascosto, umile, lo riconosci soltanto a partire dalla profondità del tuo cuore, dalla visione stupita e consapevole del creato e della storia, dalla tua capacità di farti custodia, greppia, mangiatoia, presepe per accogliere e far nascere nella tua vita Gesù.
Il Presepe Vivente di Termini riesce a coniugare la sacra rappresentazione della natività con il senso profondo del presepe di Greccio. La differenza radicale tra le due sta nel fatto che la prima è spazialità teatrale, il secondo è un luogo di culto, con chiaro e determinato significato eucaristico, ma il Presepe Vivente di Termini riesce a far sintesi per far emergere entrambe.
Il dono del Presepe Vivente di Termini è quello che si riesce a comunicare e a trasmettere, lo si può leggere anche da alcune frasi che i visitatori hanno lasciato in un libro di ricordi presente alla fine del percorso.
Tra le frasi più significative:
«La rappresentazione di questo presepe e questo incontro con Gesù in questo luogo è stato il regalo più bello di questo Natale». «Non è stata una rappresentazione, una messa in scena, ma un’apertura del cuore al mistero del Natale». «Un viaggio nel Vangelo davvero suggestivo». «Coinvolgente ed emozionante ti fa vedere l’amore di Dio». «Grazie per questo meraviglioso incontro con il Signore». «Questa è vera evangelizzazione». «Che le suggestioni di questi momenti ci conducano ad un nuovo cammino di fede». «Grande impegno artistico, ma soprattutto grande testimonianza di fede». «Una rappresentazione che ci invita a scoprire il vero senso del Natale». «Un prezioso itinerario di fede che da speranza e la gioia di sostare davanti al Dio umile che viene ad abitare nel cuore di ognuno di noi».
Questa nuova forma di evangelizzazione e di comunicazione della propria fede è in questo momento una risposta all’Amore di Dio che vuole essere rivelato al mondo. La comunità ecclesiale termitana attraverso questo impegno da discepola di Gesù diviene apostolo delle genti.


CONCLUSIONI

 

Abbiamo assistito alla nascita del presepe, ne abbiamo seguito gli sviluppi timidi, poi sempre più sgargianti ed animati, fino all’apogeo nel senso della diffusione e della tradizione del XVIII sec.
Ma oggi quando si parla di Natale, per lo più la nostra mente va alle vetrine dei negozi illuminate e colorate per l’acquisto dei regali, alla preparazione del cenone, allo scambio degli auguri, agli addobbi dell’albero di Natale, ed infine è anche il tempo del presepe, simbolo che più di tutti ci aiuta nella riflessione del vero e più profondo significato del Natale.
Il presepe è un rimando dell’uomo, non principalmente ad una raffigurazione artistica, quanto ad un fatto: in una notte di duemila anni fa, nella piccola città della Giudea chiamata Betlemme, nasce un Bambino «luce per illuminare le genti»; capace di spogliarsi della sua gloria divina per farsi povero e vicino all’uomo. Questo il senso cristiano, ma molti hanno riflettuto e studiato su ciò che rappresenta e simboleggia il presepe, basti pensare a tutte le allegorie e metafore dei figurini del presepe napoletano.
C’è inoltre chi ha visto nel presepe il diretto antenato del teatro, perché durante il medioevo si assisteva alle sacre rappresentazioni della nascita di Gesù, della fuga in Egitto, dell’Annunciazione; e successivamente l’esigenza ed il bisogno di trasferirle in rappresentazioni immobili le hanno rese lo sfondo miniaturizzato sul quale teatro e cinema hanno fatto il loro noviziato.
Interessante è la teoria di Giorgio Agamben , il quale pone a confronto fiaba e presepe. Si tratta, secondo l’autore, di due narrazioni di natura ben distinta: una fatta di incanto, l’altra di storia. Tra queste due il presepe ci mostra precisamente il mondo della fiaba nell’istante in cui si desta dall’incanto per entrare nella storia. Il presepe diventa così il luogo dove questo passaggio viene rappresentato plasticamente, fissato in una sorta di fermo immagine della storia; in una storia che racconta senza dire, e tutte le figure sono perfettamente saldate da quell’invisibile collante che è la partecipazione all’evento messianico della redenzione.
Forse è per questo contatto con la fiaba che il presepe affascina ed entusiasma molto i bambini e non solo loro: tutti vengono catturati dalla bellezza che non è solo artistica, ma ricca di significato e di un messaggio profondo che conduce alla contemplazione.
Il presepe infatti, raffigura Dio che si comunica nella carne, ma comunica anche una società, che si ritrova nei vicoli stretti ed affollati ricchi di colore e schiamazzi, nei mestieri che hanno fatto la storia di ogni regione, dove tradizione e cultura si intrecciano.